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Donne al lavoro al Comune? Quintultimo posto per Bari

Quote rosa, Agende di genere, iniziative come “no woman no panel”. Il PNRR investe molto sull’eguaglianza di genere sviluppando, con le sue Missioni, la partecipazione femminile al mercato del lavoro con l’obiettivo di correggere le asimmetrie che ostacolano le pari opportunità sin dall’età scolastica.

Ad esempio, la Missione 1 spinge i Paesi europei ad adottare nuovi meccanismi di reclutamento e di progressione delle carriere nella pubblica amministrazione e a creare misure per incentivare un più corretto bilanciamento tra vita professionale e vita privata. Perché il gap è tutto lì. La maternità, la cura dei figli, della casa, a volte anche di fratelli con problemi di salute o di genitori anziani. E poi la scuola con i servizi sempre più ridotti all’osso, sono queste le cause che allontanano le donne dal mondo del lavoro o in maniera spontanea o in maniera coatta. Se quindi conciliare vita e lavoro soprattutto nel settore privato o in proprio dove non ci sono orari diventa a volte impossibile, entrare nel pubblico con orari più concilianti e più tutele diventa un sogno. Basti pensare al gran numero di donne tra le insegnanti, personale ATA, assistenti sociali o dipendenti dell’anagrafe dei comuni.

Quindi qual è la situazione attuale dei dipendenti pubblici nella pubblica amministrazione? Ci sono differenze numeriche rilevanti tra il personale maschile e quello femminile? L’articolo 3 della Costituzione italiana, che sancisce che lo Stato si impegna a garantire la parità di trattamento e di opportunità tra donne e uomini in tutti i campi, compresi quelli dell’occupazione, così come nell’accesso ai concorsi per l’assunzione nella pubblica amministrazione, funziona?

A verificare quante donne lavorano nella pubblica amministrazione spulciando tra le fila dei dipendenti comunali italiani è Openpolis con dati Istat del 2019.

Bene, per l’istituto nazionale di statistica, tra i comuni italiani (7.900 in totale), in circa la metà e cioè 3523, le donne superano il 50% del personale.

E a Bari cosa succede?

Nel capoluogo pugliese la percentuale femminile occupata a Palazzo di Città ammonta al 50,8%. Un dato che tutto sommato non sembrerebbe poi malaccio se consideriamo quindi che praticamente la metà dei dipendenti pubblici comunali è donna (anche se occorrerebbe guardare anche il tipo di impiego pubblico affidato alle donne per avere un quadro completo). Comunque, come dicevamo, Bari con il suo 50,8% dovrebbe essere in una buona posizione nella classifica nazionale e invece è solo all’11esimo posto su 15 grandi città prese in considerazione. Questo perchè ai vertici ci sono: Bologna con il 75,4%, poi Verona con il 72,3% e Roma con il 69,9%. Agli ultimi posti, quindi dopo Bari ci sono nell’ordine: Palermo con il 47,1%, Messina con il 46,2%, Catania con il 43,6% e Napoli con il 40,5%.

Il dato rappresenta la percentuale di donne assunte all’interno dei comuni, considerando assunzioni a tempo indeterminato (compresi i dirigenti) e anche alcune particolari figure professionali che hanno rapporti di lavoro non a tempo indeterminato, come i supplenti della scuola e degli Istituti di Alta Formazione Artistica e Musicale (i vecchi Conservatori), che non rientrano nelle categorie contrattuali del pubblico impiego.

Questa quindi la situazione occupazionale nei comuni che non si discosta poi molto da quella generale delle pubbliche amministrazioni indagata da Openpolis questa volta su dati OpenBDAP (il portale della Ragioneria Generale dello Stato che mette a disposizione i dati della Finanza Pubblica presenti nella Banca Dati Amministrazioni Pubbliche - BDAP).

Analizzando quindi i rami specifici della pubblica amministrazione, emerge che le donne rappresentano la maggior parte del personale impiegato. Sui 3,2 milioni di lavoratori che risultano assunti nel 2020 il 58,8% è composto da donne. Questo dato presenta comunque delle differenze all’interno di vari segmenti della pubblica amministrazione. La quota maggiore (con il 59,4%) riguarda le Regioni, seguiti dalle amministrazioni dello Stato (57,1%) e dagli enti locali (55,2%).

Questo il pubblico impiego e il privato? In Puglia il mercato del lavoro è cresciuto ancora anche nel primo semestre del 2022, con alcune zone d’ombra però.

Il numero di occupati è aumentato del 6,1% sostenuto sia dai lavoratori autonomi sia da quelli dipendenti. Lo rileva l’ultimo rapporto di Banca d’Italia “L’economia della Puglia” presentato nei giorni scorsi a Bari.

Secondo i dati aggiornati ai primi mesi del 2022, l’occupazione pugliese ha superato i livelli del primo semestre del 2019, nei primi otto mesi del 2022 il saldo tra attivazioni e cessazioni di contratti di lavoro alle dipendenze è stato positivo per circa 71.500 unità, in calo rispetto alle 85.700 dello stesso periodo del 2021. Il tasso di occupazione è aumentato del 48,7%, rimanendo tuttavia inferiore alla media nazionale, soprattutto per la componente femminile, 35,3% nella regione e 50,7% in Italia. Nei primi nove mesi del 2022, inoltre, l’economia pugliese ha continuato a crescere intensamente, completando il recupero dei livelli produttivi persi a causa della pandemia ma a causa dell’inflazione e dell’incremento dei costi di produzione la crescita ha rallentato. Non solo, le aspettative risentono dei rincari dell’energia e prospettano un rallentamento delle vendite nel prossimo semestre e un calo degli investimenti nel 2023. Quindi l’economia rallenta e i posti di lavoro tornano a rischio.

Cosa accade allora alle donne pugliesi, le più fragili della catena? I livelli di occupazione femminile nella nostra regione, sono ancora al di sotto del 40%. Quasi una donna su tre non è occupata.

La domanda è perché? Non dipende certamente dalla preparazione e dal grado di istruzione perché le pugliesi non solo hanno un più elevato livello di istruzione, ma in Puglia la percentuale di donne diplomate o laureate è maggiore di quella maschile. Se si indaga a livello delle competenze, però, il pilastro principale di quello femminile è l’alfabetico mentre si registra un ritardo rispetto alle competenze numeriche e digitali. Non solo, i ragazzi pugliesi escono più precocemente dal sistema di istruzione e formazione rispetto alle ragazze. Se all’uscita da questo sistema si aggiunge l’abbandono della ricerca del lavoro che caratterizza i così detti neet la situazione si ribalta: le donne pugliesi neet sono prevalenti rispetto agli uomini.

Come invertire la rotta quindi? La futura crescita della nostra regione dipende fortemente dalla partecipazione femminile al mondo del lavoro, non solo perchè vi sono oltre 8 milioni di donne attualmente inattive, ma perché le donne hanno livelli d’istruzione elevati e posseggono competenze e abilità, come le relazioni interpersonali e la comunicazione, che nel mondo del lavoro di oggi sono considerate cruciali. Non avvantaggiarsene rappresenta per la nostra economia una grave inefficienza.

L'agenda di genere regionale libro dei sogni

Migliorare la qualità della vita delle donne e degli uomini, creare pari opportunità di accesso al lavoro e alla formazione, contrastare le discriminazioni, prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne”. Sono gli obiettivi strategici dell’Agenda di genere che la Regione Puglia ha stilato per uniformarsi all’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile.

La Puglia è stata la prima regione italiana a dotarsene utilizzando il metodo partecipato.
Obiettivo è fornire a Giunta, assessorati e strutture tecnico-amministrative, un documento di programmazione strategica integrato, per migliorare la qualità della vita delle donne creando pari opportunità di accesso al lavoro, all’istruzione e formazione.

Dalla redazione dell’Agenda di genere sono quindi emerse alcune priorità: incrementare l’offerta dei servizi per l’infanzia, il tempo scuola, potenziare i servizi sociosanitari e di assistenza domiciliare alle persone fragili, contrastare ogni forma di stereotipo, misoginia, sessismo, discriminazione e violenza.

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