Donne e violenza: un altro anno da dimenticare

Il 2020 sarà ricordato come un anno orribile per tanti aspetti: la devastante pandemia di Covid, la crisi economica, lo scollamento sociale che ha acuito problemi e differenze che giacevano sotto la cenere di una crescita apparente. Ma sarà anche ricordato come l’anno orribile per l’impennata di casi di violenza sulle donne.

Un fenomeno italiano, a cui la Puglia non si sottrae. È la fotografia che ci restituisce il monitoraggio della Regione, basato sui nuovi accessi ai centri antiviolenza dnel 2020 e diramato lo scorso 25 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

Un dato su tutti ci aiuta a tracciare i contorni dell’emergenza: nella nostra regione sono stati 2.349 i nuovi accessi ai centri antiviolenza nel 2020, ben 290 in più rispetto al 2019 (+14%) e 599 rispetto al 2018 (+34%).

Le donne vittime di violenza sono nel 90% dei casi di nazionalità italiana, e in cima alla statistica degli uomini aguzzini figurano prevalentemente il partner e l'ex partner della vit-tima, categorie che da sole rappresentano complessivamente l'81% dei casi. Il 12% degli autori di violenze fa riferimento alla più vasta area dei "parenti".

Il "partner attuale" è autore di violenza nel 53,3% dei casi pugliesi, mentre gli ex continuano a esercitare abusi sulle donne anche dopo la chiusura del rapporto nel 27,5% delle circostanze.

In Puglia, a subire le maggiori violenze sono le donne coniugate e conviventi (52%), seguite dalle donne nubili (26%) e dalle donne separate/divorziate (21%). La percentuale più alta viene registrata nelle donne che hanno età compresa tra i 30 e i 49 anni (58%); le donne tra i 18 e i 29 anni che subiscono violenza sono il 15,7%.

Nel 2020, in Puglia, la tipologia di violenza prevalente è stata quella psicologica (44,9%), seguita da quella fisica (40,7%) e dallo stalking (6,4%). Allarma, inoltre, il fatto che ben il 68% delle donne si era già rivolto ad altri servizi prima di contattate il Cav (Centro antiviolenza) e, in diversi casi, anche a più di un servizio. Uno dei dati più significativi è, infatti, quello relativo alle vittime che si rivolgono alle istituzioni per chiedere aiuto e tutela: sul totale delle donne seguite dai centri antiviolenza pugliesi, nel 2020 ha denunciato appena il 39,3%, mentre nel 2019 la percentuale era del 52,3%.

Altro grave fattore di rischio è la dipendenza economica: i dati ci raccontano che solo il 27,6% di queste donne ha un'occupazione stabile (- 6% rispetto all’anno prima), il 44,8% è senza occupazione (casalinghe e/o non occupate) e il 18,4% ha un'occupazione precaria, come precaria è la fonte di reddito.

Le donne con figli rappresentano il 66% di quelle che nel 2020 hanno fatto per la prima volta accesso ai Cav pugliesi, e sono 106 i minori che hanno seguito le madri nelle case-rifugio (nel 2019 erano 57).

Da ultimo, l’analisi si concentra sulla condizione culturale delle vittime: il titolo di studio prevalente è quello di scuola media inferiore (38,78%), segue quello di scuola media superiore (37,7%), e il titolo di laurea per il 12,6%.

Dati che, banalmente, si spiegano con i tanti mesi passati in lockdown. Se per molti la casa è stata un rifugio sicuro contro il contagio, per le donne vittime di violenza è stata un teatro degli orrori. Lo spiega Marika Massara, coordinatrice del Centro antiviolenza dell’assessorato al Welfare del Comune di Bari: «Dopo un lieve calo degli accessi a inizio marzo 2020, con il lockdown le richieste sono esplose. L’accesso primario era quello della telefonata, ma trovandosi chiuse in casa con i loro maltrattanti molte donne non hanno potuto più chiamarci. Abbiamo, quindi, trovato modalità di comunicazione via chat o email, siamo rimaste operative h24 e le donne hanno capito che c’erano forme alternative per contattarci. La convivenza forzata è stata ancora più difficile per le donne vittime di violenza, che durante in lockdown non hanno potuto neanche usufruire di poche ore libere».

Ma, dicevamo, non c’è solo la violenza fisica: «La convivenza forzata ha aumentato nelle donne la consapevolezza di essere vittime di violenza psicologica, quella che è molto più difficile da raggiungere – prosegue Massara. Se un livido è un livido, quando parliamo di denigrazione e svalutazione è più difficile da riconoscere come violenza; tanto per la società, quanto per le donne stesse. Le vittime fanno più fatica a comprendere come le offese e i maltrattamenti psicologici siano egualmente forme di violenza».

Ecco, quindi, che la precocità della “diagnosi” diventa un momento cruciale: «In fase di accoglienza, la prima cosa che facciamo è una valutazione del rischio con metodologie internazionalmente riconosciute, così da capire se quella donna è in pericolo di femminicidio – spiega Massara. Così si attiva un piano di prevenzione personalizzato, che va dalla casa rifugio alla denuncia o al divieto di avvicinamento».

Ma contro la violenza vanno intraprese anche altre strade, quelle sociali. Ancora Massara: «La violenza di genere si basa sul genere, ha radici nella cultura ed è indipendente dal titolo di studio, dal reddito o dalla professione. Ma le donne che non hanno un’indipendenza abitativa ed economica fanno più fatica a uscirne. Oltre l’accoglienza e l’ascolto, va attivata una rete di servizi che consenta alle donne di costruirsi un’autonomia: dalla Regione riceviamo tanti finanziamenti che servono a pagare borse-lavoro, borse-alloggio per i primi sei mesi di affitto e per le utenze. Contributi che aiutino la donna nelle prime fasi dell’autonomia».

E poi, serve l’intervento delle istituzioni. La decrescita delle denunce fa capire che, anche davanti alla nuova legge “Codice rosso", «la sfiducia delle donne verso le istituzioni è grande – sottolinea Massara. Quasi ogni giorno leggiamo di donne che avevano denunciato prima di essere uccise comunque. Sono stati fatti molti passi avanti, a livello legislativo e di rete con forze dell’ordine e servizi socio-sanitari; le cose funzionano meglio di prima, ma dobbiamo stringere ulteriormente le maglie perché quello che è in campo non è ancora sufficiente».

Da ultimo, c’è da portare avanti la battaglia culturale contro il patriarcato: «Si inizia da bambini, agendo nelle scuole fin dalle prime fasce d’età. Educare a una cultura paritaria, rispettosa delle differenze: fin da bambini ci distinguono con il fiocco rosa o il fiocco azzurro, con le bambole e con il gioco delle pistole. La formazione è l’unica arma che abbiamo per il futuro», conclude Massara.


Tre numeri per proteggere le donne

Le donne vittime di violenza non sono sole. Il numero utile a livello nazionale per chiedere aiuto è il 1522, servizio pubblico reso disponibile dalla presidenza del Consiglio dei ministri. Le donne baresi vittime di violenza possono contattare il Cav comunale, in strada San Giorgio 21, al numero verde 800 202330, oppure possono fare riferimento al numero mobile 328 8212906, sia per le telefonate che per messaggi con richieste di aiuto.

«Qui le operatrici e gli operatori lavorano ogni giorno, a tutte le ore, per fornire supporto a donne e minori vittime di maltrattamenti e abusi», ha specificato il sindaco, Antonio De-caro, in un post pubblicato sui social il 25 novembre.


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