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Di Vittorio? Per favore non scherziamo con un vero mito

Mediaset ha mollato Bari e ha scelto Genova per lo spettacolo di Capodanno: “Scortesemente” non piange. Piuttosto punta i fari su Aboubakar Soumahoro, l’uomo arrivato dalla Costa d’Avorio con la missione di combattere il caporalato e salvare i braccianti. Nello specifico, il caso è stato visitato e rivisitato da tv e giornali. Il “puntare i fari”, per noi del Sud e della Puglia, ci sta soprattutto per un motivo: Soumahoro era stato accostato a Di Vittorio, in un’Italia che fa presto a creare miti. Ecco, più che di Aboubakar Soumahoro, parliamo di Giuseppe Di Vittorio, lasciando le conclusioni agli incauti cantori del presunto missionario venuto da lontano.
Un Di Vittorio in vita, per cominciare, avrebbe scritto una letterina, giusto come ha fatto lo scrittore Piergiorgio Paterlini: “Caro Aboubakar, tu che parli l'italiano meglio di me, dovresti sapere che il diritto all'eleganza di tua moglie (vallo a dire a quelli sui barconi che conosci bene o ai raccoglitori di pomodori che conosci ancora meglio) non equivale al diritto all'ostentazione dell'opulenza, dello spreco… Questa tua affermazione è la peggiore di tutte, la più offensiva…”.
Altro che lotta alla miseria e allo sfruttamento. Di Vittorio era Di Vittorio. Gianni Rodari, lo raccontò ai bambini nel 1954 sul “Pioniere”, giornalino da lui diretto: «La grande masseria pugliese era immersa nel silenzio. Le bestie riposavano nelle stalle. Sotto le tettoie le macchine silenziose non erano che ombre oscure. In un vasto, squallido stanzone, gettati sui pagliericci, sfiniti dalla fatica, dormivano i braccianti… Quattordici, quindici ore di lavoro e un solo pasto, di pane ed acqua salata. Un breve sonno senza sogni, e presto l’alba li avrebbe chiamati alla fatica nuova. Ma in fondo allo stanzone brillava una candela. Alla sua luce, piccola isola giallastra nel mare del buio, un ragazzo di forse otto, dieci anni vegliava, lottando contro il sonno che gli pesava sulle palpebre e gli faceva come un cerchio di ferro attorno alla testa, folta di capelli nerissimi…».
Peppino, quando faceva la seconda elementare, aveva dovuto lasciare la scuola e andare a giornata, “a zappare, a grattare la terra”, a dormire tutte le notti in quello stanzone… E leggeva per capire. Aveva lasciato la scuola, ma i libri non li aveva lasciati. Qualche soldo per sé riusciva ad averlo, adesso che lavorava. E ogni volta che la somma bastava, si comprava un libro…
Quel piccolo bracciante pugliese, nato a Cerignola, diventò il dirigente di tutti i lavoratori italiani, il presidente della Federazione sindacale mondiale: operai e contadini d’Europa, d’America, d’Asia, d’Africa, d’Australia, conobbero il suo nome e la sua vita, ebbero fiducia in lui.
La sua parola e la sua lotta hanno contribuito a destare milioni di uomini, a insegnare loro che si può trasformare il mondo. Di Vittorio era un vero amico dei lavoratori, un vero sindacalista, un vero politico. Altro che…


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