Detenuti in cella, virus in... libertà

Il fumo dalle sbarre è arrivato sino alla strada così come i rotoli di carta igienica e quel rumore assordante di oggetti sbattuti sul ferro delle celle, che arriva sino all’esterno. È l’ultima protesta in ordine di tempo nel carcere di Bari. Il buco nero della città. Una bomba sociale che ora è diventata anche una bomba sanitaria.

Ci sono 29 positivi in isolamento nella I sezione. Ce ne dovrebbero essere 10 o 15 in una situazione normale. Figuriamoci con un virus che circola. Ma, come è noto, da queste parti il sovraffollamento è cosa normale. Ma procediamo per gradi. La polizia penitenziaria in servizio nel capoluogo, così come in tutti gli istituti penitenziari della penisola, non è completamente vaccinata: solo il 34 per cento su tutto il territorio nazionale. La Puglia, e Bari in particolare, segue la stessa linea. Ma come per tutti coloro i quali hanno deciso di non vaccinarsi, l’obbligo è di sottoporsi a un tampone antigenico (che ha una valenza di 48 ore) o a un molecolare (che, invece, ha una valenza di 72 ore) per potersi presentare nel luogo di lavoro. Diversamente si resta a casa.

La situazione dei detenuti, invece, è ben chiarita dalla Asl: sono 425 quelli che hanno ricevuto la prima dose, 330 la seconda. Quindi sono quasi tutti vaccinati. Senza dimenticare però che si tratta di dati variabili, che dipendono cioè anche da nuovi detenuti che entrano o da altri che escono. Sin qui tutto chiaro. Poi, però, c’è il paradosso: i familiari dei detenuti possono entrare nell’istituto penitenziario anche senza green pass. Così come gli avvocati. Non esiste infatti una disposizione in merito.

“Siamo alla follia – tuona Domenico Mastrulli, segretario generale del Coordinamento sindacale penitenziario (Co.s.p) –Nessuno ci spiega qual è la strategia adottata per mettere in sicurezza la popolazione ristretta e penitenziaria”. Mastrulli evidenzia come ci sia profonda confusione nella richiesta del Green pass, obbligatorio per i dipendenti del carcere ma non per i familiari che incontrano i detenuti. "Ci sono troppe incongruenze da chiarire", prosegue.

Non solo. Le carceri sono luoghi chiusi per definizione, affollati per drammatica condizione. Facilissimo che diventino focolai in caso di contagi, qualsiasi virus esso sia. Nelle carceri il contagio si propaga all’interno di focolai piccoli e medi. Un po' come è successo nelle Rsa durante la prima ondata.

In Italia il sovraffollamento è endemico. Un problema mai risolto. Nelle carceri ci sono circa 54 mila persone a fronte di una capienza massima regolamentare di 47 mila posti. Nelle carceri italiane c'è una media sette mila detenuti in più.

In Puglia la situazione è in linea con quella nazionale. Ci sono più di 4mila detenuti a fronte di una capienza di circa 2.500 nei 12 istituti penitenziari della regione presidiate da un organico di agenti di polizia che, nell’ultimo ventennio ha perso circa mille unità. A Bari ci sono più di 420 detenuti. Dovrebbero essercene 299.

Tagli di personale, si affiancano ad una generale condizione di sovrannumero che è stata ulteriormente gravata, come racconta il referente sindacale, dalla chiusura delle strutture preposte all’accoglienza dei detenuti malati psichiatrici che, di fatto, si sono riversati negli istituti ordinari. È in questo ambito che vanno contestualizzati i recenti episodi di evasione e violenze che hanno visto coinvolti alcuni penitenziari.

A Trani, il mese scorso sono fuggiti due pericolosi criminali – uno dei due è ancora latitante. A Taranto, nelle scorse settimane, un detenuto ricoverato nel reparto celle dell'ospedale santissima Annunziata ha demolito la propria cella ospedaliera e con pezzi di ferro ricavati dalla branda dove dormiva, ha minacciato i poliziotti cercando di ferirli.

Ma gli agenti sono riusciti a immobilizzarlo. Un detenuto del carcere di Bari, originario di Lecce, approfittando di un ricovero nel Policlinico è fuggito per poi essere rintracciato dopo qualche ora.

Una doppia beffa, nonché un grave rischio, per gli agenti in turno di piantonamento poiché in un regime di equilibrio delle risorse, il servizio sarebbe stato svolto da quattro agenti anziché due. È in questo stesso ambito che, ricorda il segretario generale Co.S.P., lo scorso anno è avvenuta la rivolta dei detenuti nel carcere di Foggia dove, in pieno periodo pandemico, sono evasi ben 75 persone sottoposte al regime restrittivo della libertà.

Nel penitenziario di Trani, il sindacato segnala una carenza di 50 unità tra il personale, a fronte di un numero di detenuti che supera di 200 unità la capienza della struttura e nel carcere di Bari, le cifre sono esattamente raddoppiate: numeri che stridono, al contrario, con l’attività di un altro penitenziario, a Turi, dove i detenuti sono un centinaio e che, secondo la Legge Severino si potrebbe accorpare ad altre strutture in modo da ridistribuire in modo ottimale agenti e personale in genere.

A ciò si aggiungono le cattive condizioni igienico sanitarie che, da tempo, Co.S.P. Puglia segnala per la gran parte delle carceri della regione, a partire da quella di Bari, dove la stessa sezione femminile di cui era stata richiesta la chiusura per inagibilità è stata recentemente adibita a ricovero dei detenuti malati di Covid durante il periodo più buio della pandemia.

Proprio sulla questione della sezione femminile torna Mastrulli: “E’ chiusa da tre anni per ristrutturazione. Ristrutturazione che nei fatti non è stata neanche iniziata”. Insomma, la diffusione nel carcere del Covid era cosa scontata. In una condizione di sovraffollamento che non si ferma.

“Il ministro della Giustizia Marta Cartabia, avrebbe dovuto farsi un giro anche nel carcere di Bari, approfittando dell’incontro con il neoprocuratore Roberto Rossi”, tuona ancora Mastrulli. Avrebbe potuto vedere con i propri occhi le condizioni strutturali di quell’istituto. Oltre a quelle igienico sanitarie”. Di fatto intorno a quel carcere, dopo un po' di rumore, ripiomba il silenzio. Un silenzio che dura da decenni smosso solo da qualche annuncio fantasioso che resta nelle parole e mai nei fatti.


Prima e seconda ondata dietro le sbarre

Nel 2020 il sistema penitenziario presentava numeri in aumento per quanto riguarda i detenuti. Quando a fine febbraio la pandemia è esplosa nel paese, nelle prigioni italiane le persone recluse erano oltre 61mila, a fronte di 50mila posti regolamentari, anche se quelli disponibili erano e sono circa 3mila in meno. Il tasso di affollamento ufficiale era superiore al 120%. L'impatto della pandemia ha generato paura e spaesamento nei reclusi. Queste preoccupazioni e la chiusura dei colloqui, hanno portato poi a far esplodere gli animi e alle proteste che ad inizio marzo hanno interessato decine di istituti in tutto il paese.

Durante la prima ondata i positivi al Covid-19 nelle carceri erano arrivati ad un picco massimo di circa 160 detenuti nei primi giorni di maggio, mantenendosi, da metà aprile, sempre oltre le 100 unità. I morti erano stati 4. Ben diverso quello che è avvenuto nella seconda ondata, quando i detenuti positivi sono arrivati ad essere più di 1.000, con diversi istituti dove si sono registrati veri e propri focolai, con decine di reclusi risultati positivi: Terni, Sulmona, Tolmezzo, Busto Arsizio e diversi altri.


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