Le ultime

Delitto Petrone: 45 anni fa la pagina nera della violenza

Gli Anni di Piombo, definizione presa da un celebre film tedesco della regista Margarethe von Trotta, hanno insanguinato l'Italia, tra la fine degli anni Sessanta e prima metà degli Ottanta. Terrorismo, lutti, disgrazie. La definizione è spesso fuorviante in quanto spesso tende ad unire nello stesso grande e complesso calderone storie diverse. Storie in cui anche Bari ha potuto dire e raccontare la sua (tragica) esperienza. Quale la confusione? Una cosa fu il terrorismo, rosso e nero, anch'esso già ben differente, al di là degli approcci ideologici. Differenze di metodo e strategia. Altra cosa, poi, è stata la lunga stagione della contestazione studentesca prima e, subito dopo, delle violente lotte ideologiche tra ragazzi. Se la contestazione legata al 1968 francese (da noi in Italia accaduta più nel '69), in un primo momento, vide i ragazzi di sinistra e quelli di destra persino insieme in una certa dimensione di contrapposizione al "sistema", subito dopo, per diretta richiesta dei vertici delle sigle politiche di immediato riferimento (Pci e Msi), ci fu la separazione tra le frange giovanili e si procedette così alla contrapposizione più dura e decisa. Si pensi all'episodio romano di Valle Giulia (qui siamo ancora nel 1968), di cui parlò Pier Paolo Pasolini e che Antonello Venditti avrebbe poi portato anche in musica. Qui si registrò una certa convergenza tra i manifestanti. La successiva contrapposizione, come già accennato, non escluse, in ahinoi tantissime occasioni, il ricorso alla sfrenata violenza. Tra ragazzi nel fiore degli anni recisi alla vita e dimensione sacrificale legata all'impegno politico e militante, è stata anche questa e tutto questo la "lunga notte della Repubblica" di cui ha parlato e scritto un grande cronista di razza dei decenni scorsi, mancato qualche anno fa: Sergio Zavoli (1923-2020). Il 1977 è stato un anno chiave e drammatico. Diverse le occasioni di scontri e violenze. Anche Bari non mancò all'appello con queste vicende. Vicende che se allora erano leggibili entro una logica legata alla cronaca politica, certo spigolosa e violenta, sono poi diventate storia, storia pura e complessa. Una storia che però giustamente si rievoca e ripercorre. La storia, ad esempio, venendo appunto a noi, di Benedetto Petrone (1959-1977), il cui omicidio per mano di alcuni ragazzi missini particolarmente facinorosi scosse Bari e la Puglia. I fatti di quel 28 novembre del '77 sono noti. Vale ricordarli, vale ritornare con la mente a quei giorni per carpirne l'efferata drammaticità. Gli appartenenti alla Fgci (Federazione giovani comunisti italiani) camminano per le vie centrali di Bari. Contemporaneamente la frangia missina di cui si è detto è in agguato. Benedetto, chiamato affettuosamente Benny dai suoi amici e compagni di fede ideologica, è indietro rispetto ai suoi: soffre di poliomelite. Movimenti non veloci, per ovvie e comprensibili ragioni. Ragioni che parvero un pretesto di maggior vulnerabilità. Siamo in piazza della libertà, davanti al palazzo della Prefettura. Finì in tragedia: Benny morirà quel giorno stesso, a causa dei colpi infertigli da catene e bastoni e da una letale coltellata all'addome. Aveva solo diciotto anni.

A livello politico e civico il caso fece tantissimo rumore, ha segnato la cronaca e la storia di più generazioni. Un caso che di strascichi ne ebbe tanti, immediati e futuri: dagli aspetti legali e giudiziari (lunghi e tormentati, ripresi più volte, anche in tempi recentissimi) a quelli, per l'appunto, più generazionali e culturali.

Ne parlava spesso il professor Raffaele Licinio, per anni docente di Storia medievale all'Università di Bari e protagonista in prima persona di quei delicatissimi momenti, anche perché segretario, all'epoca, della sezione "Ruggiero Grieco" del Pci a Bari, spesso -raccontava Licinio- presa di mira da parte degli esponenti più radicali e violenti di una particolare sede missina: la Passaquindici, di 'stanza' a Carrassi.

Giuseppe Piccolo, ventitre anni, fu il colpevole diretto dell'omicidio, individuato come responsabile ultimo e definitivo. Con linguaggio legato alla rabbia sempre viva per l'accaduto, la targa apposta in piazza Prefettura parla apertamente di "squadraccia missina", sanzionando con l'aggettivo la caratura politica di chi concorse all'omicidio, pur nella consapevolezza che trattavasi di una residuale, per quanto capace di quel di cui fu capace, area dei raggruppamenti della destra. Travagliata la storia di Piccolo e travagliate le tante vicende attorno al caso Petrone, storie difficili da poter qui sintetizzare.

Piccolo morirà suicida nel 1984 nel carcere di Spoleto. In parte all'interno proprio di quella stessa corrente politica missina -ma vedremo presto fino a che punto- si consumò, tre anni dopo, un altro dramma tutto barese. Una vicenda ancora misconosciuta e poco ricordata di quegli anni. È la storia - di indubbia diversa caratura rispetto al caso Petrone, va da sé - che passa sotto il nome di Martino Traversa, un giovane di diciannove anni, simpatizzante di destra, operatore radiofonico a Bari Radio Levante, perito tragicamente, il 12 marzo del 1980, per mano di una personalità che per lungo tempo fu definita di destra o "fascista" ma che è più riconducibile, carte ed autodichiarazioni alla mano, alla 'pura' criminalità e che di sicuro ha poi via via allontanato da sé questa presunta affiliazione ideologica. L'assassino di Traversa fu Stefano Di Cagno, qualche anno fa (2016) intervenuto addirittura in una chat pubblica barese online per raccontare la sua versione dei fatti. Traversa sarebbe morto nell'effettuarsi di un'azione criminale volta al recupero di refurtiva direttamente nei locali della radio: una vera e propria rapina, insomma. Nessun riferimento dunque, in questo caso, parrebbe esserci alla stagione ideologica di contrapposizione violenta tra giovani estremisti. Eppure, così è spesso ancora raccontata questa vicenda, anche in libri come Cuori neri di Luca Telese, bestseller apparso nel 2006. Vero è che sempre i missini hanno rievocato l'episodio luttuoso come uno dei casi più tristi di loro 'camerati' mancati in quella particolare stagione. Una memoria forse più nazionale che propriamente barese, occorre dire anche questo. Di certo c'è che il povero Traversa aveva idee di destra (anche se la sua Bari Radio Levante era vicina alla Dc) ma non appare, molto probabilmente, riconducibile a questa appartenenza la sua tragica fine.

Di Cagno, arrestato subito dopo il fattaccio, nel marzo del 1984 fu condannato in appello a diciotto anni di reclusione. In primo grado, invece, la pena inflitta fu di venticinque anni.

Di Cagno, dopo una lunga detenzione, si distaccò radicalmente dagli ambienti dell’estrema destra.


Tre anni dopo l'omicidio di Giuseppe Filippo

Ma l'onda lunga del terrorismo non si spense così facilmente. La transizione fu lunga e così accadde anche a Bari.

Un caso che fece ripiombare la città nella tensione, sempre nel 1980, fu quello dell'omicidio del poliziotto Giuseppe Filippo, nato nel 1930. Un anno, quel 1980, che segna il passaggio ad un decennio indice, sicuramente, di una nuova stagione. Filippo sta ritirandosi presso la sua abitazione. È il 28 novembre, esattamente tre anni dopo il caso Petrone. Di origine leccese (Castrignano del Capo) e residente ormai a Bari, lavorava nel capoluogo. Prima Linea, frangia terroristica di sinistra, fu subito sospettata del terribile assassinio. Al termine delle attività investigative, la Procura della Repubblica di Bari emise il 19 gennaio 1982 un ordine di cattura nei confronti di quarantatre persone, ritenute responsabili di costituzione e partecipazione a banda armata con Prima Linea. Per l’omicidio furono condannati in via definitiva tre militanti della stessa organizzazione.

Scrivi all'autore

wave