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Dagli spaghetti alle orecchiette l'italietta è... servita

Se l’Economist raffigura sulla propria copertina “Britaly” come una fiera guerriera (al secolo Liz Truss) con una pizza a mo’ di scudo, forchetta e spaghetti a mo’ di lancia, significa che abbiamo qualche problema ed anche che recriminare o offendersi vale meno dell’interrogarsi e darsi qualche risposta meno emozionale (o arrabbiata).
Per verità anche Der Spiegel ci provò nel 1977: una copertina con spaghetti, pistola e una vetrina crivellata di colpi. Eefje Depoortere, conduttrice televisiva, l’anno scorso prima della partita Belgio-Italia spezzò una manciata di spaghetti e li condì con patatine e ketchup, a fini di partigianeria sportiva.
Gli spaghetti comunque sono stati sempre un must per evocare l’Italia: la BBC nel 1957 immaginò una vendemmia di spaghetti, maturati sugli alberi come le monete di Pinocchio e recisi, poi serviti con il sugo. Spaghetti, pizza, mandolini e altri segni caricati di semantica che evoca futilità o addirittura vacuità sono stati più volte utilizzati per indicare l’Italia. Per verità anche la banana: il richiamo alle “Banana Republic” o al cantautore Francesco Gabbani e ad Alberto Sordi di “Un americano a Roma” è d’obbligo.
Ma riflettiamo. L’Italia in forma di Banana Republic, assimilata cioè ad un qualsiasi governo sudamericano o africano (o in forma di Italietta, non certo quella umbertina) allude alla nostra intrinseca, direi storica instabilità istituzionale: dato che i governi vengono fatti e disfatti sulla base della convenienza “politica” del momento, come la stessa fine del Governo Draghi ci conferma ancora una volta. Ovvero allude alla nostra più recente ma comunque ormai annosa instabilità finanziaria, dato che il Paese vive da tempo al di sopra delle sue possibilità, con un debito pubblico mastodontico che non gli permette di fare ciò che ad esempio sta facendo la Germania per tamponare la crisi energetica. Quindi c’è poco da dolersi o da offendersi, semmai molto da discutere autocriticamente per migliorarsi.
C’è poi il nostro Sud: non propriamente il paese di Alice. Per quanto ci scalmaniamo ad impallinare ed esecrare il regionalismo differenziato, risulta difficile negare che esso – per così dire – c’è già: in quanto abissali sono le differenze fra il Sud e il Nord in fatto di vivibilità urbana (ci inoltriamo qualche volta a passeggiare per le vie di Bari, magari in quartieri neppure troppo periferici?), di consapevolezza civica, di occupazione, di welfare, di trasporti, e così via elencando. E cosa dire di fronte alla vera e propria esaltazione del cibo, naturalmente quello tipico delle nostre parti (le orecchiette, le cime di rape, le sgagliozze…) o di fronte alle fiction che condiscono la nostra terra di stucchevoli richiami non dissimili?
Per cui pistole, spaghetti, banane e il restante immaginario, forse, non dico che ce li meritiamo del tutto ma di sicuro ce li siamo tirati addosso diventando artefici della nostra sfortuna.


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