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Covid: una stagione all'insegna della prudenza

Il futuro? Un punto interrogativo. Il che – attenzione – non ci deve gettare necessariamente nello sconforto, ma semplicemente indurci ad una consapevolezza: la pandemia si è di sicuro attenuata, ma non è ancora conclusa. Non è chiaro se si possa già considerare in una fase endemica (ovvero che è stabilmente presente sul nostro territorio, ad esempio come l’influenza), il che vuol dire che il numero di casi possa restare più o meno costante nel tempo. Non significa, però, che questi siano numericamente ridotti. Il tempo, l’esperienza, gli studi, gli accorgimenti, possono far sì che la situazione resti controllabile.

Tutto questo, nella fase che stiamo vivendo, è ancora una incognita. Per l’arrivo delle nuove varianti, per le scelte “liberatorie” del governo, per il fatto che siamo in estate. Il che vuol dire vivere di più all’aperto ma anche incontrarsi di più in luoghi spesso affollati e magari tornare ad andare in vacanza. Poi c’è il dubbio: che cosa accadrà a settembre, ottobre? Con i primi freddi, la ripresa della scuola, lo stare al chiuso, arriverà una nuova recrudescenza?

Impossibile rispondere ora. Soprattutto perché non è escluso che comunque in autunno scatti una nuova fase vaccinale, anche a copertura di alcune delle varianti che hanno mutato il virus iniziale (quello di Wuhan, per intenderci) su cui sono stati formulati e creati i vaccini a cui ci siamo sottoposti.

Restano i numeri. Che sono in aumento nelle ultime settimane un po’ dappertutto: in Europa e nel mondo, così come in Italia e nella nostra Puglia. “Colpa” della sottovariante di Omicron: la versione numero 5, denominata tecnicamente BA.5, sotto monitoraggio delle autorità sanitarie mondiali dalla metà di maggio, insieme alla “cugina” BA.4. Finora è la versione più contagiosa del Covid, pari come trasmissibilità al morbillo: il virus più contagioso che si conosca perché in grado di evadere la risposta immunitaria. Ma alcuni esperti sostengono che pur molto contagiosa, la BA.5 è anche poco patogena. E dunque contagio non vuol dire necessariamente malattia. Sarà così? Vedremo…


Nel frattempo, dopo sei settimane consecutive con il segno negativo, a partire dal 6 giugno la curva appare in risalita per contagi e decessi per Covid. Fino a domenica 12 giugno in Italia sono stati quasi 30mila i positivi in più rispetto alla precedente settimana, con 73 morti in più.

È risalito il valore dell’incidenza dei casi nella maggior parte delle regioni con in media 310 casi ogni 100.000 abitanti rispetto ai 222 dei sette giorni prima e ai 207 della prima settimana di giugno, con un Rt (l’indice di trasmissibilità del virus) in risalita allo 0,83 rispetto allo 0,75 registrato ai primi del mese, secondo l’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità. Al punto che alcuni virologi sostengono che presto potremmo tornare a toccare 100 mila casi al giorno.

Ma per fortuna con sintomi lievi, sebbene i fragili e i non vaccinati debbano comunque, e sempre, fare grande attenzione.

La scorsa settimana due regioni sono tornate a superare la soglia di allerta del 15% per l’occupazione dei reparti ospedalieri ordinari da parte di malati Covid: la Sicilia, al 15,5%, e la Valle d’Aosta al 15,3%.

Le incidenze più elevate si registrano invece in Sardegna, dove il valore è schizzato a 448,6 casi per 100mila abitanti, e Lazio dove il valore ha toccato 406,7.

E la Puglia? Anche da noi i dati inducono ad una certa cautela, fermo restando che la situazione al momento non desta preoccupazione. Il 31 marzo il numero dei positivi era di 118.586, diventati al 30 di aprile 103.543 (- 15.043) e il 31 di maggio 26.486 con ben 77.057 in meno a distanza di un mese.

Dato che ovviamente si era riverberato anche nei ricoveri: nei reparti ospedalieri erano 656 a fine marzo (con 38 in terapia intensiva); 557 a fine aprile (27 in intensiva) e 275 (ben 282 in meno, più della metà) al 31 maggio con 12 persone in terapia intensiva.

I decessi, che a marzo erano stati 302, sono stati 310 ad aprile e 229 a maggio.

Ragionando invece sul totale dei contagi dall’inizio della pandemia, va sottolineato che lo scorso aprile si erano registrati in tutto 148.777 nuovi casi e a maggio 66.771. Pure in questo caso meno della metà rispetto al mese precedente.

Ma anche da noi giugno sembra essere un mese da prendere con le pinze. Fino a domenica 12, i casi quotidiani si sono attestati su una media del 13,14% rispetto al numero dei tamponi effettuati.

Da martedì 14 in poi si registra una impennata che ha riportato le percentuali tra il 16 ed il 20% con i 3.004 casi proprio di martedì 14 e una sostanziale ripresa anche dei positivi totali al momento. Scesi dai 26.154 del primo giugno fino ai 17.624 del giorno 9 per poi risalire gradualmente fino ai 25.095 di lunedì 20.

Per fortuna più lenta la risalita dei ricoveri, che solo lunedì 13 erano ancora 237 (più 11 in terapia intensiva), scesi a 206 martedì 14 ma diventati 218 lunedì scorso. Anche le medie settimanali non inducono all’ottimismo: eravamo al 10,53% nella settimana a cavallo tra maggio e giugno; siamo passati al 13,35% dal 6 al 12 giugno; schizzati al 18,01% la settimana passata.

Insomma, un pizzico di cautela non guasta, soprattutto perché secondo gli esperti questi dati sono sottostimati a causa di un trend che potrebbe generare confusione: il “fai da te”.

Ovvero quelle persone che utilizzano i tamponi veloci acquistabili perfino nei supermercati e che magari dopo il test non registrano alla asl la loro positività.

Al tutto si aggiungano altre due valutazioni: chi ha avuto il Covid una volta, non vuol dire che non lo possa riavere già entro alcuni mesi, proprio a causa delle sottovarianti che stanno circolando.

Tra l’altro, non tutti coloro che hanno sintomi scelgono di fare il tampone. La seconda riguarda il calo dell’efficacia dei vaccini nel tempo e la minore immunità indotta da infezioni precedenti.

Insomma, occhio: non è finita.


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