Così la signora Maria "smonta" la smart city

Ho parlato di “città dei 15 minuti” e di “smart city” con la simpatica e vivace signora Maria, che incontro spesso alla fermata dell’autobus numero 4. Nel corso degli anni abbiamo imparato a conoscerci e stimarci reciprocamente. In genere Il tempo di attesa è così lungo da permettere di imbastire una piacevole conversazione e il pragmatismo della signora Maria mi aiuta a cogliere le differenze tra vita reale e propaganda mediatica. La “città dei 15 minuti”, racconto alla signora Maria, è un tema introdotto di recente dalla sindaca di Parigi Anne Hidalgo e ispirato dall’urbanista Carlos Moreno. Il concetto è permettere a tutti i cittadini di usufruire dei servizi essenziali di una città a una distanza di 15 minuti a piedi o in bicicletta dalla propria abitazione, senza usare l’auto o i mezzi pubblici. Dunque, scuole, lavoro, negozi, assistenza sanitaria, divertimento, impianti sportivi, spazi culturali, bar e ristoranti, parchi, giardini, piazze e luoghi di aggregazione, tutti accessibili facilmente e rapidamente, con grande beneficio per la qualità della vita di tutti.
La signora Maria non ha l’automobile, né può usare la bicicletta, perché ha qualche acciacco e poi non potrebbe pedalare carica di buste della spesa, che non saprebbe dove sistemare. Sulla canna? Sul manubrio? Quanto al monopattino, poco si concilia con l’età. La signora Maria è madre e nonna e ogni giorno deve fare i conti con le distanze e il tempo a disposizione per organizzare tutto al meglio per figli e nipoti. Andare a piedi è quasi impossibile, anche perché i marciapiedi sono stretti, pieni di ostacoli e dissestati. L’autobus numero 4 è l’unica possibilità di spostamento che le è consentita.
Alla signora Maria del numero 4 ho parlato pure delle meraviglie della smart city, la città che dispiega tecnologie e innovazione e app e sensori e intelligenza artificiale e bike sharing e car sharing e data driven e Internet of Things e Cloud e geolocalizzazione e 5G e Bus rapid transit, per rendere più easy (pardon, più facile, mi faccio prendere la mano dagli inglesismi) la vita dei suoi abitanti. Ecco, vede gentile signora Maria, su questo display digitale adesso apparirà come per magia l’orario di arrivo del nostro bus. “Ma se è sempre fuori servizio!”, dice lei con una risatina sorniona, e aggiunge: “e poi lo sapete (mi da sempre del voi, ndr) che prima di mezz’ora, se va bene, non se ne parla di salire sull’autobus, sempre che non sia già strapieno, altro che display”.
Finalmente arriva il numero 4. Probabilmente ha la stessa età della signora Maria. Arranca rumoroso e sfiatato, pende da un lato per la vetustà e il carico umano. All’interno ci sono almeno 40 gradi. L’aria condizionata è spenta, forse per sensibilità ambientale, per non emettere troppa Co2 e contenere i consumi. Prima di salire, saluto la signora Maria perché all’interno sarà difficile continuare a parlare: “ci vediamo uno di questi giorni”. Il bus prosegue con lentezza, tra buche sull’asfalto, brusche frenate, ingorghi del traffico e tripudio di clacson. Che fretta c’è?


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