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Così la Grande Guerra sconvolse Bari

Il 4 novembre è una delle date più simboliche della storia della nazione italiana. Una data che, come vedremo, interessa molto anche la Puglia e Bari. Festa, appunto, nazionale, legata alla fine del contesto bellico della Prima guerra mondiale ed alla vittoria italiana contro l'Austria, celebra in realtà la Giornata dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate. Si tratta di un avvenimento celebrativo assai simbolico. La ricorrenza fu voluta nel 1919 per commemorare la vittoria, vero, tuttavia quell'evento bellico è sempre stato considerato come l’ideale completamento del processo di unificazione risorgimentale, visto che permise all'Italia l'annessione di Trento e Trieste. Per tale motivo, l'intervento italiano nella Prima guerra mondiale è considerato una sorta di quarta Guerra d'indipendenza. Ma perché proprio il 4 novembre? Risale a quella data l'entrata in vigore dell'armistizio di Villa Giusti (firmato, per la precisione, il 3 novembre 1918), che sancì la resa dell'impero austro-ungarico all'Italia. Al di là di come la si pensi, specie se da meridionali o meridionalisti, sulla questione storica risorgimentale, che resta piena di problemi e letture necessariamente anche critiche, quella del 4 novembre è una data importante. Una data che riporta proprio all'interesse storico verso la Prima guerra mondiale, interesse anche specificatamente socio-culturale per le ragioni che si è detto, inerenti all'Italia in quanto realtà unica ed unita, pur con le sue lunghe (e perduranti ancora oggi) complessità e divisioni interne. Si pensi alla guerra stessa. Essa mise in piazza (anzi, in trincea, a ben pensarci) la varietà italiana dei contesti culturali e dialettali. Una guerra che ha coinvolto anche e soprattutto i giovani italiani del Sud, i meridionali, dunque anche tanti baresi e pugliesi, mandati a combattere al fronte per terre di cui tanti di loro ignoravano persino l’esistenza. Un fronte dove si riconobbero, ungarettianamente, come “fratelli” con ‘italiani’ dalla comune lingua ma dalle oggettivamente diverse culture di provenienza, come diversi erano i dialetti che questi giovani e giovanissimi parlavano nelle trincee. E i dialetti per molti di loro erano l’unica ‘lingua’ conosciuta, la sola modalità di espressione. Italiani e fratelli ma fratelli diversi. Il giornalista e studioso Lorenzo Del Boca, ex presidente dell’Ordine dei Giornalisti, prolifico scrittore di saggi di divulgazione storica, ha dimostrato come il sacrifico degli italiani al fronte fu in special modo il sacrificio dei meridionali. Consigliabile, perché fondato su un metodo di ricerca serio e documentato, il suo “Il sangue dei terroni. Perché la maggioranza delle vittime della Prima guerra mondiale erano ragazzi del Sud”, edito nel 2016 da Piemme. Tra questi, come detto, tanti pugliesi e baresi. E del resto, anche nel 1915, l’anno dell’entrata in guerra dell’Italia, l’anno del famoso ed enfatizzato maggio “radioso”, non erano mancate anche proteste, in certi casi di piazza, emblematiche di un certo malcontento nazionale e civile. Se a maggio il Paese aveva manifestato un certo entusiasmo (specie tra gli intellettuali), non erano nemmeno stati pochi i momenti di esplicito disappunto. Anzi. Si pensi anche alla posizione dei cattolici o a quella intermittente dei socialisti. Un qualcosa che ci riporta anche a quel che sta accadendo oggi con la guerra russo-ucraina, momento di difficoltà estrema a livello europeo e mondiale. Momento anche di discussione e confronto tra diverse posizioni e letture di quel che accade. Sta di fatto che il 24 maggio di quell'anno l’Italia entra in guerra, per decisione politica tra l’altro anche, se non soprattutto, di un pugliese: il foggiano di Troia Antonio Salandra, uomo della destra liberale, presidente del Consiglio tra il marzo del 1914 e il giugno del 1916. Si disse che l’Italia cedette alla piazza ma quella piazza era stata diretta, in gran parte, dagli stessi intellettuali richiamati su, in primis Gabriele D’Annunzio, altro meridionale, quantomeno di origine (abruzzese di Pescara). Ecco, il 1915. Anno d'inizio del conflitto. Cosa accadde nella nostra terra, a Bari, a livello strettamente bellico? Come e quanto i nostri territori ne furono coinvolti? Al di là della fiera partecipazione alle sorti emotive ed iniziali della guerra stessa da parte di molti esponenti dell'intellettualità barese e pugliese, cosa avvenne direttamente dalle nostre parti? Appare come sempre interessante ed 'istruttivo' ascoltare, su questa ed altre faccende, la voce di Vito Maurogiovanni (1924-2009), infaticabile cultore della storia e delle tradizioni baresi, figura a cui su queste pagine abbiamo dedicato un articolo monografico, qualche tempo fa. In una ricostruzione, anni addietro, durante una serata con Antonio Stornaiolo, il nostro Maurogiovanni ricordò quei giorni con un lungo, accorato intervento. "Il 31 maggio 1915, alle 4,45 del mattino -disse-, appare sulla città un piccolo aereo. Si tratta di un biplano, viene dal mare, e si dirige verso il centro cittadino, a 1500 metri d’altezza. Si notano il pilota e il meccanico, i pescatori sulla costa guardano l’equipaggio che ai loro occhi sembra italiano. L’aereo è invece austriaco, punta sulla stazione centrale e lancia una bomba nei pressi del palazzo dell’on.Vito Nicola Di Tullio". Accadde un fatto particolarmente drammatico: "Un ragazzo che dormiva sul marciapiede è preso in pieno. Si chiamava Michele Ranieri di Giuseppe, di anni 14. In quei tempi, molti poveracci dormivano a ridosso dei portoni. Gli osservatori della Marina Militare danno intanto, dalla terrazza della Camera di Commercio, l’allarme e i ciclisti si sguinzagliano per la città segnalando il pericolo". L'aereo non si ferma di certo. Ancora Vito Maurogiovanni: "L’aereo punta su via Crisanzio. All’altezza del numero civico 116, lancia un’altra bomba che ammazza questa volta un cavallo, ferisce un uomo, Vito Foggetti di Donato, e danneggia attrezzi agricoli. Una terza bomba è lanciata sul Picone, poi il biplano punta certamente sul Palazzo del Governo. Lo sorvola a 500 metri d’altezza, non sgancia bombe e prosegue verso la stazione radio di San Cataldo. A questo punto, torna sul mare e s’allontana, pressoché indisturbato, verso Molfetta". Il panico cittadino fu grande. "Grande è ora la paura nella città, svegliata dagli scoppi -ricorda il grande divulgatore storico-. Una giovane signora, in veste da camera, urla da un balcone di via Imbriani e fa segni verso un palazzo vicino: grida di aver visto segnali partire da una finestra. L’aereo, dunque, contava su spie baresi che, dalle finestre cittadine, facevano misteriose segnalazioni?" Un interrogativo non da poco e di sicuro tutt'altro che peregrino. Del resto, diversi manifesti di color rosa sui cantoni delle strade avvertivano con molta decisione: “Sorvegliate, denunciate senza riguardi di sorta le spie nostrane e straniere”. Ecco questo particolare riferimento di Maurogiovanni, ai bombardamenti ma anche alle eventuali spie antiitaliane.

Bari subirà poi bombardamenti dal cielo il 1 giugno 1915, il 17 luglio e l'11 agosto. Altri bombardamenti ci furono il 27 luglio 1916, il 25 febbraio e l'11 aprile del 1917. In quest'ultimo raid furono lanciate quattro bombe, delle quali due caddero in mare e le altre in Piazza Garibaldi e in via Trevisani.

Fu colpito anche il porto di Santo Spirito, allora per la verità ancora frazione di Bitonto. "Quando finì la guerra si fecero i conti dei morti e dei dispersi, Bari ne contò 1065. L’albo, compilato dal capo sezione del Comune barese Giacomo Pondrelli, contò 498 morti in combattimento o per ferite,173 dispersi, 394 morti per malattie e 42 morti per ferite provocate dai bombardamenti aerei".

Così, ancora, la memoria storica e civica di Vito Maurogiovanni su quei particolari e drammatici eventi.


Marino Pagano

LA BRIGATA BARI

Non si può parlare di Bari e la Grande Guerra senza pensare all'impegno della Brigata Bari, Comando di Brigata costituito il 1 marzo del 1915 dal deposito del 10° Fanteria. In quello stesso 1915, dalle sedi di Bari, Taranto e Lecce, la brigata è inviata per ferrovia a sud-est di Udine dislocandosi, il 12 giugno, fra Terenzano-Campoformido e Colloredo di Prato. Poi diversi trasferimenti: a Ruda, Gradisca, alle Filande di Sdraussina. Per rimanere allo stesso anno, dopo un periodo di intenso lavoro per le preparazioni di varie azioni militari, la brigata punta, il 21 ottobre, contro il fabbricato di San Martino sul Carso. I successivi attacchi, per quanto condotti con encomiabile accanimento, si infrangono contro munitissime posizioni e costano la perdita di 40 ufficiali e 1061 militari di truppa. Dopo aver respinto vari contrattacchi, nel complesso delle azioni dal 28 ottobre al 4 novembre, la Brigata Bari perse 53 ufficiali e 1529 militari di truppa.

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