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Così affonda la Puglia dei "no"

Non stiamo prendendo posizione, ma semplicemente raccontando quello che potrebbe essere e che quasi certamente non sarà. Ed anche se il copione sembra sempre lo stesso – lo stucchevole “no” che blocca tutto e ci fa restare sempre un passo indietro – in questo caso servirebbe una valutazione ampia, che peraltro non coinvolgerebbe solo la Regione Puglia, ma l’intero Paese. Perché l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha inevitabilmente cambiato il corso della storia e posto nuovi problemi, e paletti, ad un percorso che, per l’Unione Europea prima e l’Italia di conseguenza, sembrava segnato.

La crisi energetica ha fatto irruzione nelle nostre vite e nelle nostre tasche. Sappiamo che il futuro sono le fonti rinnovabili ma il traguardo che era stato individuato, quello della decarbonizzazione, è datato 2050 con un passaggio intermedio di raccordo al 2030. Ma nel frattempo bisogna fare di necessità virtù. Per cui abbiamo dato per scontato che il gas è l’elemento che ci traghetta verso quel traguardo, ma ovviamente senza poter immaginare quanto accaduto.

Il problema, per l’Italia ma non solo, è che per il gas avevamo una dipendenza importante (e, col senno di poi, esagerata) dalla Russia. Nel 2021 abbiamo importato da Mosca poco più del 40% di gas dei 76 miliardi di metri cubi che ci servono in un anno. Oggi, dopo una serie di accordi che il governo ha chiuso in questi mesi, siamo ad una percentuale che non supera il 25% e comunque al 2024 dai russi non dovremmo in sostanza più importare nulla. E’ importante ricordare che siamo alla vigilia dei mesi invernali e che per avere il meno possibile di problemi serve uno stoccaggio non inferiore al 90% del fabbisogno. Il ministro Cingolani ha detto nei giorni scorsi che siamo all’83% e dunque dovremmo farcela. Non senza alcuni importanti sacrifici a cui tutti dovremmo far fronte.

Ma a ben guardare, il problema vero è un altro, creato in vent’anni di ambientalismo con scarsa lungimiranza perché non basta “difendere” l’ambiente. Bisogna anche fare i conti con la realtà del momento, ragionando in prospettiva a tutto tondo senza mai dimenticare che pronunciare il solito “no” può essere estremamente dannoso.

Molti non sanno infatti, che tra mar Adriatico e canale di Sicilia sono presenti almeno la metà delle riserve di idrocarburi italiane. Stiamo parlando di 90 miliardi di metri cubi di gas che avremmo potuto estrarre al costo di 5 centesimi al metro cubo. Invece, per scelte di convenienza politica abbiamo preferito farne a meno per acquistare il gas ad una cifra che prima dell’invasione dell’Ucraina variava tra i 75 ed i 90 centesimi a metro cubo. Una vera e propria follia, oltre che un incomprensibile ed indecoroso sperpero di denaro.

Anche la Puglia ha un ruolo. E naturalmente all’insegna del più classico dei “no”. Siamo contro le trivellazioni così come in passato siamo stati contro il gasdotto Tap, dando fiato a chi è stato smentito dai fatti e dalla storia e che oggi dovrebbe avere il buon gusto di tacere e coprirsi il capo di cenere.

Oggi viviamo una situazione doppiamente paradossale. Abbiamo bloccato di fatto le prospezioni e al posto nostro (Puglia e altre regioni adriatiche) nello stesso mare il gas lo prendono gli altri: Albania e Croazia. Tirana ha da qualche mese dato via libera alla Shell per una produzione off-shore che è stimata intorno ai 50mila barili al giorno. L’intento è ovviamente quello di rendersi il prima possibile indipendente sotto il profilo dell’approvvigionamento energetico. Esattamente come la Croazia, che può contare su riserve stimate in 12 miliardi di metri cubi di petrolio e in 17 miliardi di metri cubi di metano, tra i fondali marini e, in parte, sotto la terraferma. Così, senza porsi molti problemi di fronte all’emergenza e alla situazione, ai primi di giugno Zagabria ha dato vita ad un investimento di circa 266 milioni di euro per la costruzione di nuove trivelle e piattaforme.

Nikola Misetic, direttore operativo per la ricerca ed estrazione di Ina (la società petrolifera croata), ha spiegato che l’obiettivo è quello di “rafforzare la sicurezza energetica del Paese”. Semplicemente perché lo impone il momento e non si può correre il rischio di restare impantanati nelle pericolose scelte di Mosca.

Per capire di cosa si sta parlando, prendiamo a prestito una interessante spiegazione fornita nei mesi scorsi dal quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”, che ha paragonato le scelte da fare in Adriatico ad un bicchiere di granita. In sostanza, la cannuccia che arriva prima sul fondo del bicchiere si prende tutto lo sciroppo; la seconda dovrà accontentarsi di ghiaccio sciolto. Noi, che discutiamo invece di agire, resteremo col ghiaccio sciolto. E forse neanche con quello…

Naturalmente, la questione non è così semplice come sembra. Intanto, al momento in Puglia c’è una sola piattaforma autorizzata (Campo Aquila) a 50 km dalla costa di Brindisi. Nel frattempo, sono stati rilasciati quattro permessi di ricerca: due nell’Adriatico (Northern Petroleum) e due nello Ionio (Global Med).

Ci sono poi cinque istanze di ricerca: quattro in Adriatico (Global Petroleum), uno nel Golfo di Taranto (Aleanna Italia). In realtà, e questo non vale solo per la Puglia, sembra escluso che possano essere dati permessi per nuove esplorazioni. Secondo gli esperti, infatti, per riattivare un pozzo esistente ci vorrebbero dai sei agli otto mesi. Addirittura, tre anni per attivarne uno dopo nuove perforazioni. Siccome la risposta ai nostri problemi energetici va data subito, è chiaro che non ci siamo. Del resto, l’ultimo pozzo esplorativo in mare è stato perforato nel 2008. Da allora si sono succeduti ben otto governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1, Conte 2, Draghi) ma nessuno ha scelto di investire per cercare nuovi giacimenti marini. Eppure, nel golfo di Taranto – per dirne una – la Shell aveva individuato qualche anno fa aree di palese interesse, ma la richiesta venne bloccata.

A gennaio scorso, peraltro, proprio la Puglia subì una sonora batosta con una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea che respinse il ricorso della Regione che chiedeva di bloccare i quattro permessi di ricerca concessi nel 2017 dall’allora governo Renzi all’australiana Global Petroleum nell’Adriatico, al largo del tratto di costa tra Bari e Brindisi. Nonostante questo, però, le prospezioni comunque non sono mai partite. Nel frattempo, la giunta Emiliano ha ribadito la sua contrarietà.

In realtà, la riserva di gas naturale più consistente d’Italia si trova nell’Alto Adriatico. Parliamo di circa 40 miliardi di metri cubi, quasi tutti una quarantina di chilometri al largo di Venezia (fonte Nomisma Energia). Ma dal 1994 in poi l’Italia ha scelto la strategia del…gambero, riducendo la produzione estrattiva dai 20,6 miliardi di metri cubi ai 4,4 del 2020. Ma c’è un problema non di poco conto: i consumi sono saliti progressivamente e in maniera costante.

Una scelta a dir poco miope: se fossero stati mantenuti i livelli di estrazione di gas sarebbe stato già possibile adeguarsi alle scelte imposte dall’Unione Europea, che per far fronte alla crisi energetica chiede ai paesi membri di ridurre volontariamente, nel periodo che va dal primo agosto scorso al 31 marzo 2023, il consumo di gas del 15%.

Nel caso dell’Italia parliamo perciò di 8,2 miliardi di metri cubi in meno. In sostanza, avremmo avuto come margine di sicurezza poco più di 12 milioni di metri cubi di gas.

Ovviamente, non ci resta che fare di necessità virtù. Ma anche in questo caso resta un pizzico di rammarico: se Albania e Croazia “pescano” nel nostro mare, forse qualcosa potevamo fare anche noi. Invece, abbiamo detto “no”, come al solito.

La follia con cui arricchiamo i fornitori

L’acronimo non è impronunciabile ma è foneticamente… antipatico: “Pitesai”, ovvero Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee. In sostanza, lo strumento che blocca di fatto qualsiasi tipo di attività estrattiva nel nostro Paese. Per essere chiari, è lo strumento con il quale si è scelto di comprare gas piuttosto che sfruttare i nostri giacimenti, in nome di un ambientalismo che fatica a guardare oltre la punta del proprio naso. Il Pitesai è stato introdotto nel 2018 dal Governo Conte 1, ufficialmente come piano regolatore delle trivelle. Approvato dal ministero della Transizione Ecologica, è diventato di fatto uno strumento per impedire “silenziosamente” lo sfruttamento dei giacimenti nazionali. In realtà è la punta dell’iceberg, perché sono circa vent’anni che l’Italia ha fatto questa scelta rinunciataria. Inizialmente si perforava l’Adriatico di comune accordo con la Croazia. Oggi, noi siamo fermi (la produzione nazionale è calata dal 20% del 2000 al 4% del 2020), mentre i nostri dirimpettai prendono tutto. Eppure, consumiamo circa 75 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Da gennaio a settembre 2022 abbiamo usato 53,2 miliardi di metri cubi (+6,8% rispetto agli stessi mesi del 2020), di cui 2,48 (-20,2%) estratti dai giacimenti in pianura padana, dell’Adriatico, della Basilicata e in Sicilia. Il resto arriva da Russia, Algeria, dal rigassificatore di Rovigo e dal metanodotto Tap. Il tutto mentre nel sottosuolo italiano stazionano “dormienti” almeno 90 miliardi di metri cubi. Stima che secondo alcuni esperti è cauta rispetto alla reale disponibilità.

“E io pago!”, avrebbe detto Totò…

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