Conversation designer, un lavoro "intelligente"

“Alexa, che tempo fa oggi?”, “Siri, mostrami la strada per raggiungere il parcheggio più vicino”, “Ok Google, imposta il riscaldamento a 20 gradi, accendi la luce in cucina e alza le tapparelle”. Benvenuti (o bentornati) nel mondo semi magico degli assistenti virtuali, strumenti impalpabili disponibili come app nei nostri smartphone e smartwatch, oppure piccoli oggetti (smart speaker) che costano anche poche decine di euro. La magia, se per comodità vogliamo chiamare così la scienza computazionale che è alla base del funzionamento degli assistenti virtuali, non sta nell’hardware – nella fisicità dell’oggetto – bensì nel software, cioè il codice digitale che li fa funzionare, agire, interloquire, interagire.
E qui entra in ballo la cosiddetta Intelligenza Artificiale, cioè – cito la Treccani – la disciplina scientifica che studia se e in che modo si possano riprodurre i processi mentali più complessi mediante l'uso di un computer. Tale ricerca si sviluppa secondo due percorsi complementari: da un lato l'intelligenza artificiale cerca di avvicinare il funzionamento dei computer alle capacità dell'intelligenza umana, dall'altro usa le simulazioni informatiche per fare ipotesi sui meccanismi utilizzati dalla mente umana.
Ricapitolando, gli assistenti digitali basati sulle interfacce vocali cominciano a essere sempre più presenti. A noi utenti servono per governare i navigatori satellitari e gli oggetti casalinghi collegati a Internet (IoT, Internet delle cose). E stanno dilagando anche negli ambiti professionali, dall'assistenza sanitaria all'attività bancaria. Le aziende introducono soluzioni per rispondere alle domande dei consumatori. Con i progressi delle “Voice User Interfaces”, le imprese devono ragionare su come usare al meglio la voce per interagire con i propri clienti. Ad esempio, anche chi opera nella moda cerca esperti nella creazione di ambienti virtuali in grado di replicare l’esperienza sensoriale ed emozionale degli acquisti fisici.
Sono indispensabili specifiche professionalità per far sì che gli assistenti virtuali (e i robot prossimi venturi che simulano sembianze umane) siano capaci di intraprendere conversazioni che vadano al di là di quelle ancora rudimentali possibili fino ad oggi. Tra le nuove professioni richieste dall’innovazione digitale c’è quella del “conversation designer”, l’esperto che progetta i dialoghi uomo-macchina e cerca di renderli sempre più vicini ad una conversazione tra umani.
A questa figura professionale è dedicato il saggio di Antonio Perfido, cofondatore di “The Digital Box”, un’azienda nata in Puglia, tra le più competenti in Italia nello sviluppo di tecnologie di intelligenza artificiale. L’autore di “#Conversation Designer” (FrancoAngeli edizioni, 2022) ci propone un viaggio nel mondo del (nuovo) lavoro, in cui sono fondamentali competenze tecnologiche convergenti con solide basi culturali e altre discipline: design, scrittura, marketing, scienze cognitive. Perché per far parlare le macchine è necessario che chi “crea” il codice digitale abbia innanzitutto piena padronanza del lessico e della sintassi della lingua in cui pensa e scrive.
Il mercato del lavoro cerca queste professionalità ma non le trova. Sono i cosiddetti “profili introvabili”, quelli che le aziende vorrebbero assumere ma non trovano. Solo ad aprile (dati Il Sole 24 Ore) i “profili introvabili” sono stati il 40,4 per cento e, se non c’è formazione adeguata, non ce ne saranno mai abbastanza. Ecco dunque un libro utile, perché l’Intelligenza artificiale è un tema delicato che riguarda il lavoro, l’etica, il rapporto corretto tra l’uomo, le macchine e l’invadenza delle multinazionali digitali nella nostra vita.


Scrivi all'autore