Consumo di suolo a Bari il primato italiano

Bari conferma per il quarto anno consecutivo il primato nazionale per consumo di suolo. Tra i capoluoghi di regione la città di San Nicola svetta fin dal 2017 in cima alla classifica per “densità di suolo consumato”, ovvero l’incremento della copertura artificiale del suolo (edifici, strade, etc.), rispetto alla sua estensione. In un Paese che certo non brilla per capacità di proteggere il suo territorio perdendo quasi due metri quadrati di suolo al secondo (oltre 56 chilometri quadrati nel 2020) il capoluogo pugliese riesce a fare quasi dieci volte peggio consumando poco meno di 17 m2 per ogni ettaro a fronte degli 1,72 della media italiana.

I dati forniti dal Sistema nazionale di protezione dell’ambiente (Snpa) dipingono un quadro sconfortante: nonostante l’enorme importanza che l’integrità del suolo riveste per consentire un corretto equilibrio degli ecosistemi, la riduzione del suo consumo è ben lontana dagli obiettivi che sia le organizzazioni internazionali e l’Unione Europea (UE) sia l’Italia stessa si sono dati già da diversi anni.

Sono trascorsi ormai quasi vent’anni da quando l’UE con il sesto programma d’azione per l’ambiente stabilì che venisse formulata una “strategia tematica per la protezione del suolo” (approdata nel 2006 al Consiglio, al Parlamento europeo e al Comitato delle regioni) nella quale si sottolineava la sua importanza in qualità di risorsa non rinnovabile. Nella strategia si mettevano in evidenza le varie funzioni svolte dal suolo: da quella di fornire cibo, biomassa e materie prime a quella di stoccare, filtrare e trasformare molte sostanze, tra le quali l’acqua, i nutrienti e il carbonio del quale è il principale deposito del pianeta con i circa 1500 miliardi di tonnellate immagazzinate.

Tutte funzioni che è fin troppo ovvio che debbano essere tutelate, rivestendo un’enorme importanza sia dal punto di vista ambientale sia sotto il profilo socioeconomico. La valutazione svolta secondo le linee guida della Commissione, sui dati disponibili all’epoca, indicava che il degrado del suolo poteva costare fino a 38 miliardi di euro l’anno, stima rivista proprio quest’anno dal Parlamento europeo e fissata a circa 50 miliardi l’anno.

L’ambizioso obiettivo di azzerare il consumo netto di suolo nel 2050 (ovvero l’incremento della sua copertura artificiale), comparso nel 2011, è stato definitivamente sancito dall’UE nel 2013 con l’approvazione del “Settimo programma di azione per l’ambiente” (7° Paa), fondato sull’obiettivo di riduzione dell’inquinamento alla fonte e sul principio “chi inquina paga”.

Considerando che il programma riguardava le azioni da attuare fino al 2020 e tornando ai dati dell’Istituto superiore per la protezione dell’ambiente (Ispra) possiamo renderci conto di quanto siamo lontani da quegli obiettivi. Dal 2012, infatti, lo spreco di suolo in Italia è rimasto pressoché costantemente sopra i 55 chilometri quadri l’anno, mentre per la Puglia, dopo un paio di anni di calo, la media del periodo 2018 – 2020 è tornata ai livelli del triennio 2012 – 2014 con oltre 550 ettari l’anno di nuovo suolo consumato.

La nostra regione è infatti sul gradino più basso del podio dopo Lombardia e Veneto sia per consumo netto di nuovo suolo (con 493 ettari persi nel 2020) sia per densità di consumo di suolo con 2,55 metri quadri consumati per ogni ettaro di territorio.

La Puglia conquista il podio anche in un’altra graduatoria particolarmente significativa. Infatti la regione con la maggiore percentuale di territorio sottoposto a vincoli consumato è la Campania (con l’11%), seguita proprio dalla Puglia (8,7%) e dal Veneto (8,4%). Se poi consideriamo esclusivamente le zone con vincolo paesaggistico (ex art. 136 D.lgs. 42/2004) la Puglia è in assoluto quella che ne ha consumato una maggior superficie, 62 ettari, precedendo Lombardia e Trentino-Alto Adige, rispettivamente con 58 e 56 ettari.

Tutto ciò in barba alla recente approvazione (17 novembre n.d.r.) da parte della Commissione europea della “Strategia del suolo per il 2030” che farà parte del Green Deal per l’Europa. Un programma che, come ambiziosamente riportato sul sito della Commissione, contribuirà a superare le minacce dei cambiamenti climatici e del degrado ambientale, potendo contare su circa un terzo dei 1800 miliardi di euro di investimenti del piano per la ripresa Next Generation EU e il bilancio settennale dell'UE.

Sì perché perdere suolo, in particolare per impermeabilizzazione, significa aumentare il rischio di inondazioni, contribuire ai cambiamenti climatici, minacciare la biodiversità, provocare la perdita di terreni agricoli fertili e aree naturali e contribuire alla perdita delle capacità di regolazione dei cicli naturali e di mitigazione degli effetti termici locali.

L’impermeabilizzazione, del resto, ovvero la copertura permanente con materiali artificiali (quali asfalto o calcestruzzo) per la costruzione di edifici e strade, costituisce la forma più evidente e più diffusa di copertura artificiale e sembra essere anche tra quelle più difficili da ridurre nonostante l’evidente calo demografico in atto ormai da molti anni.

Già nel 2015 le Nazioni unite avevano fissato con l’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile l’obiettivo di allineare il consumo di suolo alla reale crescita demografica, ma anche in questo caso sembra che le parole restino tali e i fatti siano ben diversi. Secondo gli ultimi dati Ispra, infatti, a livello nazionale il consumo di suolo netto di 51,7 km2 avviene a fronte di una decrescita di popolazione di circa 175mila abitanti. L’indicatore di consumo di suolo marginale (dato dal rapporto tra consumo netto e nuovi residenti) ci rivela che per ogni abitante in meno in Italia si sono consumati 292 m2 di suolo.

A Bari i metri quadri in più per ogni abitante in meno sono stati solo 85, ma questo non ci può certo rallegrare, visto che la città ha ormai consumato il 43,1% del territorio comunale (nona in Italia tra i comuni sopra i 100mila abitanti) e negli ultimi 5 anni a fronte di una perdita di circa 13mila residenti ha consumato oltre 100 ettari di suolo. Nuovo asfalto e cemento per chi? Forse per quei 600mila baresi ipotizzati dal Piano Quaroni in tempi che furono?

Eppure solo il mese scorso il sindaco Decaro sosteneva all’assemblea Anci di Parma la corrispondenza fra le missioni prioritarie del programma Next generation Eu e il lavoro che i Comuni portano avanti ogni giorno, sottolineando, tra i vari obiettivi, anche quello della riduzione del consumo di suolo.

Forse bisognerebbe iniziare a prendere sul serio i costi dovuti alle “disattenzioni” a questi temi visto che secondo l’Ispra, sulla base dei costi annuali dovuti alla perdita di servizi ecosistemici, se fosse confermata la velocità media di perdita di suolo tra il 2012 e il 2020 anche nei prossimi 10 anni, si può stimare un costo complessivo, fino al 2030, compreso tra 81,5 e 99,5 miliardi di euro, il 40% delle risorse previste dal Pnrr.


la puglia che predica bene e razzola male

A livello regionale i comuni che nel 2020 hanno consumato più suolo sono stati Troia, nel Foggiano, secondo assoluto in Italia (dopo Roma) con circa 66 ettari, Brindisi (33) e Foggia (31), mentre le maggiori estensioni si trovano a Taranto, oltre 5.300 ettari consumati, Bari (oltre 5.000) e Brindisi (4.675).

Tra le città metropolitane Bari è al terzo posto con circa 130 ettari di suolo consumato nel 2020 (settima tra i capoluoghi di provincia) dovuti per poco meno della metà a tre comuni: Monopoli, con 25,6 ettari, Bari (19,52) e Modugno (12,6). Il capoluogo è anche il comune con il maggior consumo del suo territorio (43,1%), seguito da Modugno (41,9%) e Leporano, in provincia di Lecce, con 28,2%.

Lecce è la provincia peggiore per percentuale di suolo consumato. Con il 14,3% è infatti al nono posto in Italia con quasi 40mila ettari persi e oltre 126 nel solo 2020. I tre comuni meno virtuosi, Lecce (24,76 ettari), Vernole (16,32) e Lizzanello (15,78) hanno consumato quasi la metà del suolo perso dall’intera provincia.

Con l’eccezione di Taranto e della provincia Barletta-Andria-Trani, infine, i capoluoghi pugliesi sono nei primi 25 posti per suolo consumato nel 2020: Brindisi al decimo posto, seguito da Foggia (11°), Lecce diciottesima con i suoi quasi 25 ettari e infine Bari che risulta 24°.


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