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Con quali criteri le politiche per il lavoro?

Politiche per il lavoro: un concetto semplice che contiene un’infinità di temi, situazioni, vite, speranze, sogni. Ma anche di strumenti e consulenze che vanno dall’orientamento alla formazione, dalla ricerca del lavoro alla creazione di start-up. Un insieme di servizi che richiede la gestione da parte di professionalità specifiche e consolidate, documentate e possibilmente con anni di esperienza alle spalle in questo specifico settore.

Gli enti pubblici non possono gestire questi servizi, che vengono quindi appaltati tramite bando di gara, con la regola del massimo ribasso. Può quindi capitare che la gara per la gestione dei servizi di orientamento al lavoro per sette Comuni dell’Area metropolitana di Bari (Altamura, Bitetto, Corato, Grumo, Modugno, Palo e Santeramo) con un importo base di 2,3 milioni di euro, venga vinta con un’offerta di 2,1 milioni da una cooperativa di Scafati (provincia di Salerno). Fin qui nulla di strano, è tutto secondo la logica (perversa) di assegnare servizi di questa importanza con il meccanismo dell’offerta economica più conveniente.

Peccato che questo tipo di servizi non può essere erogato con l’applicazione di formulette uguali in tutta Italia, ma proprio perché interagisce con le scelte dei futuri lavoratori e di quelli da ricollocare, c’è bisogno di conoscere bene il tessuto economico del territorio in cui operano, i trend di crescita, i settori in espansione e quindi alla ricerca di manodopera. Il raggruppamento che ha perso la gara proponendo ribassi fino al 7%, conta su tre soggetti baresi con esperienza pluridecennale e uno emiliano che opera nel settore della formazione ed è in Puglia da oltre vent’anni. Un’occasione persa per quei sette comuni, in cui peraltro il tessuto imprenditoriale è particolarmente vivace e di notevole peso nell’economia non solo barese, ma anche pugliese. Più che un’occasione persa, un vero e proprio danno, soprattutto per gli utenti di quei servizi.

Ma il danno vero non è soltanto questo. Due giorni dopo l’assegnazione della gara barese, il comune di Orta di Atella sospendeva l’affidamento dello stesso tipo di servizi alla cooperativa di Scafati, Eco onlus, vincitrice della gara barese, perché da indagini della Dda di Napoli sarebbero emersi presunti legami tra i vertici della cooperativa e il clan dei Casalesi. Non un fulmine ciel sereno, perché alla fine dello scorso anno l’ex presidentessa della coop Eco onlus era stata raggiunta da un avviso di garanzia, nell’ambito dell’inchiesta della Dda napoletana, che da anni ha acceso un faro sugli affari dei clan camorristici nell’àmbito del Terzo settore.

Qualche domanda per come è stata espletata la gara dell’Area metropolitana di Bari appare legittima. Possibile che nessuno avesse avuto sentore delle indagini sulla chiacchierata cooperativa campana? E inoltre, se si considera che, oltre all’offerta economicamente più vantaggiosa, un altro elemento dirimente è il rapporto tra qualità dei servizi proposti e prezzo, che peso ha il rapporto qualità-prezzo nella valutazione finale? E perché nell’àmbito della valutazione complessiva non si tiene conto dell’esperienza maturata nello specifico settore sul territorio oggetto del bando di gara? Infine, cosa succederà adesso nei sette comuni del Barese? Qualunque soluzione sarà inevitabilmente a danno di chi dovrebbe fruire di quei servizi. Di chi ha bisogno di essere orientato nelle scelte decisive per la sua vita lavorativa, ma anche per il suo progetto di vita.

Comunque, aldilà delle valutazioni tecnico-giuridiche, restano quelle del buon senso che dovrebbe guidare le decisioni e le azioni di chi gestisce soldi pubblici, soprattutto in un periodo in cui dovrebbe arrivare la valanga di fondi legati al PNRR.

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