Competenze digitali: l'UE vola, noi...

L’epidemia ha scoperchiato molti vasi di Pandora. Uno di questi riguarda le cosiddette competenze digitali, cioè quell'insieme di capacità nel maneggiare gli strumenti tecnologici che permettono ai cittadini di non essere esclusi dal divario. Covid-19 e il conseguente isolamento forzato hanno messo a nudo sia i limiti individuali che delle organizzazioni private e delle istituzioni pubbliche. 

Competenze digitali significa essere in grado di usare correttamente computer, notebook, tablet, smartphone, reti telematiche, internet, web, social network, piattaforme di studio e di lavoro. Significa accedere ai servizi che prima dell'epidemia erano erogati quasi esclusivamente agli sportelli, significa dotarsi di identità digitale per essere riconosciuti e autenticati da sistemi e piattaforme. 

Due esempi per tutti: la gestione delle attività scolastiche e l'accesso alle prestazioni sanitarie durante questo lungo e drammatico frangente. 

Di scuola e attività didattica a distanza si continua a parlare con gli schieramenti classici degli italici dibattiti: tutto nero o tutto bianco, tutto da buttare o tutto da prendere. In questi mesi ha fatto la differenza chi – tra docenti e discenti – aveva già competenze digitali di base per reggere l'impatto della crisi. 

La Scuola – nella sua interezza sistemica – si è mostrata inadeguata. Con le dovute eccezioni, si è rivelata fragile nella formazione dei docenti e nella dotazione di hardware, software e banda larga. È mancata una piattaforma unica nazionale per la didattica a distanza, modulabile per ogni ordine e grado di istruzione, creata e coordinata dal Ministero per l'istruzione. 

C'è stata invece deregulation, ogni scuola ha scelto per conto suo, da G-Suite a Zoom, da WeSchool a Office 365 Education ad altre piattaforme meno conosciute o autarchiche. Una babele digitale che di certo non ha agevolato dirigenti, professori, studenti, scolari e famiglie. 

Quanto alla sanità, i servizi online offerti dalle regioni per sopperire alla chiusura dei CUP e degli uffici dislocati sui vari territori hanno solo in parte attutito l'impatto della crisi. La scarsa cultura digitale ha fatto il resto, basta leggere nei social network gli appelli di quanti invocano la riattivazione dei CUP telefonici e resistono strenuamente all'uso delle mail e dello SPID, il sistema pubblico di identità digitale. Per non parlare di quanti hanno preso fischi per fiaschi con Immuni e hanno invece scaricato sullo smartphone una delle tante app simili ma fasulle. 

Quando l'emergenza sarà finita si dovrà mettere mano ad un programma serio e capillare di educazione dei cittadini all'uso delle tecnologie di base, almeno quelle sufficienti per l'accesso ai servizi digitali delle varie amministrazioni pubbliche. 

D'altronde la situazione è confermata dall'ultimo rapporto DESI (Digital Economy and Society Index) dell'Unione Europea, che ogni anno a giugno certifica lo stato di salute tecnologico dei singoli Paesi. L'Italia nell'ultimo anno è scesa di due gradini. Era 23esima e adesso è 25esima in una classifica di 28 nazioni che prende in considerazione il capitale umano, la connessione alle reti a banda larga, lo sviluppo e l'integrazione delle tecnologie, i servizi pubblici digitalizzati, la capacità d'uso di internet da parte dei cittadini. 

Ebbene, siamo addirittura ultimi - 28/esimi su 28 - per quel che riguarda la cultura digitale. Solo il 42 per cento degli italiani tra i 16 e i 74 anni è dotato di competenze digitali di base e solo il 32 per cento accede ai servizi pubblici online, contro il 67 per cento della media dell'Unione. Eravamo messi male e stiamo messi peggio. L'Europa va veloce ci sta sfuggendo di mano. 


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