Commercio: piccoli negozi grande alleanza

Il refrain degli ultimi decenni del secolo scorso era: “Il lavoro manca, meglio inventarselo”. L’impressione è che siamo pronti per un salto indietro di vent’anni, almeno, visto che la situazione economica, ripetono gli esperti, ci sta riportando ai livelli della metà degli anni Ottanta. Ma quale lavoro inventarsi? Visto il buio assoluto sulle prospettive?

Intanto, partiamo da quello che c’è da difendere e che è più a rischio: il settore del commercio, soprattutto dei piccoli negozi, che a Bari, ma anche in tutta la Puglia, rappresenta da decenni una sorta di spina dorsale delle attività economiche, sociali e relazionali (altri due aspetti che questa pandemia sta mettendo in serio pericolo). I messaggi che arrivano dal mercato sono chiari e inequivocabili: la ripresa dei consumi c’è, non è certo travolgente, ma c’è. Solo che riguarda principalmente la grande distribuzione e i colossi delle vendite on line.

Cosa possono fare i negozianti pugliesi, quelli baresi, del centro murattiano e oltre? Il primo passo deve riguardare la strategia di distribuzione dei prodotti, bisogna fare massa, sembrare un unico corpo commerciale, articolato in tutti i settori di vendita. Tornare a quell’idea che da un paio di decenni aleggia sul centro del capoluogo: un unico grande centro commerciale e cielo aperto. Ma per fare questo occorrono servizi adeguati. Cosa offrono i colossi del web? La consegna stando comodamente a casa, dopo aver scelto il prodotto su una vetrina virtuale. Bene, la profumeria di via Sparano, come il negozio di calzature di corso Cavour, o quello di abbigliamento in via Principe Amedeo, devono proporre la stessa identica possibilità di scelta, con in più il valore aggiunto di rivolgersi a una clientela che conoscono da tempo.

Quindi: piattaforma on line comune, possibilità di sconto per chi acquista sul web e distribuzione attraverso un gruppo di rider che si muove su monopattini elettrici o biciclette, così si evita il traffico e si aiuta l’ambiente, e che provvede alla consegna a domicilio. Se volessimo vestirlo con una definizione di quelle che piacciono tanto a economisti, comunicatori e politici, si tratta di benchmarking. In sostanza copiare quello che fanno altri e migliorarlo, facendo leva sui punti di forza, come in questo caso la conoscenza del territorio e dei clienti.

Finora qualcosa si è mosso, ma ancora con dimensioni limitate e senza offrire il pacchetto completo. Più che altro singole iniziative che prevedono la consegna a domicilio gratuita. In qualche caso si è risolto tutto in una sorta di reciproca promozione. Serve fare gruppo per diventare grandi. Una volta si diceva che le imprese produttive dovevano “fare rete” (concetto molto caro a Gianfranco Dioguardi), adesso è il momento che a “fare rete” siano i negozi, mettendo da parte atavici individualismi, aiutandosi reciprocamente, con un progetto comune, che abbia una forte connotazione digitale, garantendo servizi rapidi ed efficienti.

E si potrebbero coinvolgere le moribonde edicole, in qualità di centri di smistamento e distribuzione. L’idea prende spunto da una iniziativa in fase di avvio a Milano, che punta a trasformare le edicole in punti multifunzionali, che forniscono anche servizi e prodotti, sulla scia di quanto già messo in atto a Parigi. Per carità, parliamo di città che hanno ben altre dimensioni rispetto a Bari e quindi il progetto dovrebbe essere ricalibrato, per evitare una guerra tra poveri. Con gli opportuni aggiustamenti, anche le edicole potrebbero trarre vantaggio da un sistema commerciale diffuso e integrato, che farebbe diventare protagonista il territorio, in tutte le sue articolazioni.

Il lavoro? Meglio inventarselo, piuttosto che soccombere.


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