Commercio locale: Milano fa scuola, Bari è terza

Chi avrebbe scommesso che Milano è la città che più investe in Italia per sostenere il commercio al dettaglio? Pochi, anche tra gli addetti ai lavori. E Bari? Si dice da sempre (sbagliando) che Bari sia una città che vive soprattutto di commercio e quindi sarebbe legittimo attendersi un grande investimento pubblico in questo settore. Non è così. Sebbene, come vedremo, Bari risulti terza in Italia, il valore dell'investimento è davvero poco significativo rispetto a quello di Milano.

In generale, con la fine dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da Covid19, anche il commercio ha la sua lenta ripresa.

Secondo quanto riportato dai dati Ministero dello Sviluppo Economico, nei due anni di pandemia il PIL mondiale è diminuito del 3,3% mentre quello italiano ha registrato il secondo calo più forte dalla seconda guerra mondiale, attestandosi sul -8,9%. Una contrazione che ha determinato il calo di quasi un terzo delle vendite al dettaglio (-29,9%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; dati che solo a partire dal mese di gennaio 2021 hanno ricominciato una lenta ripresa, attestandosi a un +34,19% nell’aprile 2021.


Ma se da un lato, il commercio su ampia scala mostra confortanti segnali di ripresa, allo stesso modo non si può dire per il commercio locale che ancora stenta a tornare ai numeri pre pandemici.

Durante i due anni di pandemia, il commercio locale è stato uno dei settori economici maggiormente colpiti: il lockdown, la chiusura fisica di alcuni negozi e la paura generale di uscire hanno spinto i consumatori ad acquistare online. Una tendenza mantenutasi anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria, costringendo non pochi esercenti a modificare le loro vendite al dettaglio per non abbassare definitivamente la saracinesca.

Per commercio locale bisogna intenderei piccoli commercianti che esercitano sia in botteghe che nell'ambito di fiere e mercati locali. Secondo quanto previsto dalla normativa (definita dal dlgs 114/1998) è il comune l’ente chiamato al controllo del commercio locale sul suolo pubblico. Oltre ad attività di gestione, le amministrazioni possono anche mettere in atto degli interventi concreti a supporto dei commercianti del territorio, con specifiche spese che rientrano all'interno dei bilanci.

“Spesa per il commercio” è la voce del bilancio comunale che comprende le attività per il settore della distribuzione, conservazione e magazzinaggio, oltre che la programmazione di interventi e progetti di sostegno e sviluppo del commercio locale. Nella voce rientrano anche i mercati rionali, l’organizzazione di fiere cittadine e i sussidi e i contributi per la promozione di politiche improntate sull’incentivo all’acquisto presso gli esercizi locali.

Nella classifica dei comuni con più di 200mila abitanti, Bari si colloca al terzo posto su scala nazionale per spesa pro capite rivolta al commercio e alle reti locali. Un posto di tutto rispetto, se non si tenesse conto dell’effettiva spesa. Appena 11,42 euro di spesa pro capite a fronte dei quasi 170 euro spesi da Milano, prima in classifica e con uno scarto di circa 158 euro su Firenze, seconda classificata (spesa pro capite pari a 11,60 euro, dati di Openpolis). Seguono Trieste (10,60) e Genova (10,44), mentre ai piedi della classifica, i comuni che spendono di meno sono Messina (3,72 euro pro capite), Bologna (3,37) e Napoli (2,68).

Un valore particolarmente alto, quello di Milano, rispetto a quello dell'anno precedente dove era appena di 6,06 l’ammontare dell’investimento da parte dell’amministrazione per il commercio locale. Nel 2019, analizzando lo stesso settore, era la città di Trieste a occupare il primato della classifica con 15,81 euro pro capite, mentre Bari riconfermava il suo terzo posto con 13,63 euro pro capite.

A poco dunque sono valsi sin ora i vari bandi a sostegno del commercio locale, banditi dall’ente Regione Puglia e ai quali si è potuta rivolgere una platea ristretta. Infatti, se si considerano tutte le amministrazioni italiane, in media le uscite ammontano a 3,5 euro pro capite.

I comuni che mediamente spendono di più sono quelli toscani (7,03), valdostani (6,95) e marchigiani (6,72). Al contrario, quelli che riportano le spese minori sono quelle del Molise (0,95 euro pro capite), della provincia autonoma di Bolzano (0,87) e della Calabria (0,83).

Dati che trovano conferma in quelli presentati dall’”Osservatorio della demografia d’impresa nelle città italiane e nei centri storici”, arrivata ormai alla settima edizione. Meno insediamenti del commercio tradizionale, diversa mobilità e più servizi legati soprattutto allo smart working, sono diventati i punti cardini del post pandemia nelle città metropolitane.

Il Centro Studi delle Camere di Commercio G. Tagliacarne ha analizzato come è cambiato il commercio al dettaglio in 120 comuni medio-grandi, escludendo dal suo campione città come Milano, Napoli e Roma poiché considerate “multricentriche”. Lo studio ha dimostrato che, in un range temporale di appena 10 anni, “la riduzione progressiva del tessuto commerciale nelle città ha portato alla chiusura di 85mila negozi al dettaglio e quasi 10mila attività di commercio ambulante.

Ad aggravare tale scenario anche la pandemia e la crisi dei consumi che, in termini reali, sono ancora sotto i livelli del 1999”.

Un’ottima opportunità per le amministrazioni per poter sostenere il commercio locale ed evitare che questa scompaia, inglobato da quello su larga scala, è rappresentato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resistenza (PNRR). Circa il 36% dei fondi, infatti, pari a 66 miliardi delle risorse del PNRR (il 36%) e 14 miliardi del Fondo Complementare saranno affidati a Regioni, Province, Comuni, Città metropolitane o altre Amministrazioni locali.

Aiuti che, secondo Confcommercio potrebbero essere integrati con “ulteriori risorse per le città previste dalla nuova Politica di coesione 2021-2027. Nel prossimo settennio, infatti, anche la programmazione europea, in maniera più decisa rispetto alle precedenti, pone il territorio e le città al centro degli obiettivi di policy con il fine promuovere uno sviluppo integrato e realizzare strategie urbane sostenibili”.

Fondi ai quali possono accedere direttamente gli imprenditori, invece, sono quelli messi a disposizione dal Ministero dello Sviluppo Economico, con il “Fondo per il rilancio delle attività economiche”. con una dotazione di 200 milioni di euro per l’anno 2022, mira alla concessione di aiuti in forma di contributo a fondo perduto a favore delle imprese che svolgono in via prevalente attività di commercio al dettaglio con l’obiettivo di contrastare glie effetti derivanti dalla pandemia.

La green economy è una carta vincente

A cambiare, negli ultimi due anni, non è stato solo il tessuto urbano delle nostre città. A cambiare, in maniera quanto mai drastica, anche il modo di acquistare: se da un lato, una buona fetta di acquirenti dichiara di preferire l’acquisto da attività locali o di prossimità (circa il 37%), il restante ha dichiarato di preferire un acquisto online sperando che le grandi aziende mantengano nel temo il cosiddetto “commercio fluido” ovvero sia online che fisico (dati emersi dal Retail Report 2020 di Adyen, piattaforma di pagamento online di brand di marca).

In Italia l’eCommerce B2c torna a crescere con un ritmo simile a quello pre-pandemia. Da un lato gli acquisti di prodotto continuano ad aumentare, sebbene con un tasso più contenuto (+18%) rispetto a quello dello scorso anno (+45%), e toccano i 30,5 miliardi di euro (dati forniti da Osservatorio eCommerce B2c, della School of Management del Politecnico di Milano e da Netcomm).

A fornire un interessante dato di inversione di tendenza, che potrebbe spingere nuovamente all’acquisto di prossimità, è la tendenza ecologica; acquistare online, infatti, se da un lato permette di più varietà di scelta e un rapido ottenimento della merce, dall’altra aumenta la produzione di C02 dovuto al trasporto.


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