Chi resta non lavora, chi può fugge


Potrebbero anche essere due facce della stessa medaglia. Da una parte il fenomeno definito Neet (acronimo che sta per “Not in Employment, Education or Training”), dall’altro la fuga dei nostri ragazzi verso il nord Italia e verso l’estero. E’ quanto messo a fuoco a metà aprile dal rapporto Bes 2021 “Il benessere equo e sostenibile in Italia” diffuso dall’Istat. Ed è una situazione che riguarda in particolare il Mezzogiorno e la Puglia.

Intanto va detto che l’Italia è al primo posto in Europa per presenza di Neet, ossia di giovani tra 15 e 29 anni che non sono più inseriti in un percorso scolastico o formativo e neppure impegnati in un’attività lavorativa. In pratica che non studiano e non lavorano. Il fenomeno interessa in modo particolare le ragazze e risulta in qualche modo acuito dalla crisi pandemica che ha costretto più o meno tutti a stare di più a casa.

I Neet in Italia sono complessivamente più di 3 milioni, con una prevalenza femminile pari a 1,7 milioni. Rappresentano, praticamente, un quarto della popolazione compresa tra l’età adolescente e l’età adulta. Si tratta di un preoccupante indicatore di malessere che, sebbene in calo rispetto al 2020, resta al di sopra dei livelli precedenti alla pandemia (22,1% nel 2019), segnando così un primato negativo del nostro Paese rispetto agli altri dell’Ue.

Nel 2021, tra i giovani di 15-29 anni, il 23,1% non studia né lavora; dato in calo rispetto al 2020, quando avevano raggiunto il 23,7%, con un incremento di 1,6 punti percentuali rispetto all’anno precedente la pandemia. Tra le donne il 25% non fa formazione né lavora (erano il 25,8% nel 2020), mentre tra gli uomini sono il 21,2% ed erano il 21,8% nel 2020; tuttavia, sia tra le donne sia tra gli uomini, il calo non compensa l’incremento di Neet osservato nel primo anno di pandemia. Le differenze regionali rimangono elevate e ricalcano il consueto divario tra il Nord ed il Sud del Paese. A fare la differenza sono anche i singoli territori: ci sono infatti regioni in cui il dato aumenta vertiginosamente raggiungendo quasi 4 ragazzi su 10. Ed in questo senso ha una parte in negativo la Puglia con il 30,6% dei suoi giovani. Le regioni italiane con la quota più elevata di Neet sono la Sicilia che raggiunge addirittura il 36,3%; la Calabria con il 33,5%, la Campania con il 34,1%. Noi siano al quarto posto.

Ma attenzione perché si tratta di un fenomeno in crescita, soprattutto in Italia: basti pensare che nel 2008 i Neet rappresentavano il 19,3% dei giovani italiani e il 13,1% in Europa. Ma la crescita a casa nostra è stata più veloce di quanto non sia avvenuto nella media Unione Europea.

Ma quali sono i possibili motivi? Il rapporto Bes individua la presenza sul territorio di meno giovani rispetto agli altri Stati europei, come conseguenza del basso tasso di natalità; le difficoltà di accesso al mercato del lavoro e, più in generale, la scarsa valorizzazione del capitale umano nel sistema produttivo italiano.

Un discorso, quest’ultimo, che vale soprattutto al Sud ed introduce l’altro fenomeno che ci riguarda: la fuga dei giovani cervelli. Il Mezzogiorno, spiega l’Istat, “soltanto nel corso del 2020, ha perso 21.782 giovani laureati (al netto dei rientri). Di questi, oltre tre su quattro hanno trasferito la propria residenza nel Centro-nord (16.882; 77,5%)”.

A livello nazionale, l’indicatore, che considera il bilancio delle migrazioni dei giovani cittadini italiani (25-39 anni) con un titolo di studio di livello universitario, ha segno negativo anche nel 2020: -5,4 ogni 1.000 residenti di pari età e livello di istruzione, una perdita più elevata rispetto al 2019 (-4,9 per 1.000), che corrisponde a un saldo dei trasferimenti di residenza da e per l’estero di -14.528 unità. “I flussi verso l’estero determinano tassi negativi in tutte le aree del Paese – si legge nel Rapporto – in lieve flessione rispetto al 2019 nel Sud (-5,3 per 1.000) e nelle Isole (-6,1), in crescita nel Nord-ovest e nel Nord-est (-5,9 e -6,1 rispettivamente)”.

Il tutto nonostante le limitazioni alla mobilità imposte durante il primo anno di pandemia, e l’incertezza che ha caratterizzato il 2020, “le emigrazioni all’estero dei giovani laureati italiani – secondo il Bes – si sono intensificate rispetto al 2019, in netta controtendenza rispetto ai trasferimenti di residenza della popolazione nel complesso, che invece hanno registrato cali di varia entità”.

Il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo nell’evidenziare i fattori di criticità ha spiegato che “ai giovani più istruiti e qualificati, l’Italia non offre ancora opportunità adeguate”. In sostanza, finché non sarà concretamente compreso che le politiche per il benessere dei giovani sono di fatto le politiche per il benessere del paese tutto intero, non andremo lontano. Non servono interventi emergenziali a pioggia o il reddito di cittadinanza che certamente non risolvono il problema. Serve invece un intervento strutturale che ricostruisca le basi del benessere per bambini che diventeranno prima giovani da inserire nel mondo del lavoro e poi adulti.

Non comprenderlo è gravissimo: mostra un gap culturale della nostra politica che sfiora profili da terzo mondo.


BOX Istat


Scrivi all'autore