Che ne facciamo della Fiera del Levante?

“La Fiera del Levante è un porto sicuro. La sfida di una Campionaria organizzata nella sua complessa modalità, tra spazi espositivi, grandi eventi e congressi, è stata ampiamente superata. Un’edizione, quella del 2020, che resterà unica e che sarà considerata nella storia come un atto di resistenza”.

Così Sandro Ambrosi, presidente della Nuova Fiera del Levante srl, lo scorso anno salutava la chiusura della Campionaria 2020, con orgoglio, per aver resistito alla pandemia, aver saputo riorganizzare gli spazi ed essere passata indenne da rinunce delle aziende o eventuali focolai tra gli stand. La storia però ha preso una direzione inaspettata e se la Fiera del 2020 è stata unica, anche quella 2021 non è stata da meno: infatti non si è svolta. Sì, dopo 84 edizioni saltando solo il periodo compreso tra il 1940 e il 1946, per problemi piuttosto rilevanti dovuti alla Seconda Guerra Mondiale, l’edizione 2021 non esiste in cartellone. Svanita, sospesa, saltata. Una situazione dettata, almeno all’inizio, da un’incertezza sanitaria dovuta ad un emergenza da Covid-19 non ancora sotto controllo e che invece si è dimostrata poi forse più legata ad una questione di opportunità economica che di rischio per la salute. Sì perchè se è vero che il 2020 è stato un anno simbolo per l Fiera, non lo è stato per le entrate economiche. L’ultima edizione di rilievo infatti è quella del 2019: con 300mila visitatori, il numero più alto negli ultimi anni. Il 2020 invece è stato un anno dimezzato, come il visconte di Italo Calvino. Pochi stand, capienza ridotta, azzeramento delle iniziative più affollate. Una storia, quella della Fiera del Levante travagliata negli anni e mai uguale a se stessa. Negli anni ’80 e sino agli anni ’90, la Campionaria era un fiore all’occhiello per la città. Ogni anno il presidente del Consiglio in carica faceva il suo discorso augurale e tutti gli occhi erano puntati su Bari per qualche giorno. I botteghini registravano un milione di visitatori (molti i biglietti e le tessere omaggio, per tacere dei bagarini fuori dai cancelli).

Per ogni edizione c’erano centinaia di espositori. Nei primi decenni del 2000 invece si assiste ad una inversione di tendenza. Innanzitutto iniziano a mancare le figure politiche di spicco alle inaugurazioni. Tutti ricordiamo i siparietti dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che diserta all’ultimo minuto ben tre tagli del nastro per paura di essere attaccato dalla stampa per lo scandalo D’Addario (era nella tana del lupo come biasimarlo). Ma anche i nuovi non si comportano da meno come quando nel 2015 Matteo Renzi diserta l’inaugurazione per andare seguire la finale degli Us Open di tennis.

Prima dello storico “sdoppiaggio” tra Ente fiera e nuova Fiera del Levante la campionaria perde milioni di incassi e visitatori. Gli espositori passano da circa 800 dei tempi d’oro a circa 300 dell’ultimo periodo. Il quartiere fieristico si rifà il look allora con una nuova struttura che permette di contenere fino a 6.400 convegnisti in sessione plenaria, a cui nel 2012 si aggiunge un ulteriore edificio comprendente altre 11 sale medio-grandi, dotate delle più aggiornate tecnologie con un roof-garden per “incontri business esclusivi”. Non basta però, il declino prosegue. Che fare? Bisognava rientrare nelle spese e allora nel 2017, con la stipula del contratto di concessione alla società Nuova Fiera del Levante Srl per la riqualificazione e gestione delle aree del Quartiere Fieristico di proprietà dell'Ente Autonomo Fiera del Levante, la Fiera si sdoppia. Da una parte Ente Fiera e dall’altro Nuova Fiera del Levante Srl composta per l'85% dalla Camera di Commercio di Bari e per il 15% da Bologna Fiere Spa che ha la concessione di parte del Quartiere Fieristico, dove realizzare manifestazioni fieristiche e congressuali durante tutto l’anno. Due anni appena in cui si "galleggia" e poi arriva la pandemia a rimescolare le carte. La Fiera allora si reinventa per andare incontro alla città e per guadagnare: nasce l’ospedale Covid, un colosso da 17 milioni di euro voluto fortemente dal presidente Michele Emiliano e per il quale la Regione sborsa oltre 100 mila euro al mese di affitto. Con l’ospedale nasce anche l’hub vaccinale che stringe sempre più le morse attorno alla Fiera. Si passa in poco tempo dalle merendine Aida, dai cardigan peruviani, dai trattori all’utimo grido e dalle auto convenienti grazie agli sconti Fiera, ai camici bianchi e agli aghi per i vaccini. Il Covid inizia ad essere un serio problema per Nuova Fiera del Levante. Quest’anno infatti soltanto 30 aziende contattate hanno espresso la propria disponibilità a partecipare all’evento: un numero che rende di fatto impossibile l’organizzazione della campionaria. Il tempo passa e tra luglio e agosto arriva sulle scrivanie degli organizzatori solo il 10% di richieste di prenotazione di stand, più o meno 50 su 500 a disposizione. Quindi che fare? Si decide per lo stop forzato e si inizia a guardare all’anno prossimo.

La necessità per l'edizione 2022, almeno a sentire il presidente Sandro Ambrosi, è trovare nuovi spazi espositivi per compensare quelli occupati dal presidio delle maxi emergenze. Secondo Confindustria invece, dopo l'emergenza l'area deve ritornare alla sua funzione originaria. Chissà. Intanto intorno alla Fiera non va meglio. Eataly se n'è andata. Il punto vendita di Bari della catena del food di lusso di Oscar Farinetti, avviato nel 2013, credendo nel progetto di rilancio dell’area della Fiera del Levante da tempo ha lasciato il campo. Tutto il quartiere sarebbe dovuto diventare centro vivace e attrattivo per turisti (i croceristi sbarcano proprio da quelle parti) e baresi. Invece le aspettative e le valutazioni non si sono purtroppo verificate ed il mega store con annessi ristoranti gourmet, ha registrato importanti perdite sin dal primo anno. “La vita è troppo breve per mangiare e bere male” diceva Farinetti e anche “per perderci troppi soldi” evidentemente.

Insomma la Fiera del Levante è oggi in stand-by dicono gli ottimisti, è morta dicono i pessimisti ma in realtà potrebbe essere ad un bivio. La Campionaria (guazzabuglio di trattori, auto, camerette e pel patate) è ormai al capolinea ma la speranza potrebbe arrivare dalle fiere di settore tirate puntualmente in ballo e mai realizzate sul serio. Bologna e Milano funzionano e Bari potrebbe prendere esempio vista anche la presenza di Bologna Fiere tra i partner. A meno che il Covid non ci lasci qualche odioso strascico comportamentale come quella ormai consolidata abitudine di organizzare eventi online in cui la passeggiata tra i viali si svolge comodamente da casa e per entrare in uno stand e comprare basta un click. Ma siamo davvero condannati a tutto ciò?


Le fiere di settore: un modello vincente

Ma se la Campionaria per ora resta una speranza, le fiere di settore sembrano invece godere di ottima salute. Le belle arti con “Restauro in tour”, l’hotellerie e la ristorazione professionale con “Levante prof”, sino ad “Splash!” evento dedicato ai cocktail e ai bartender, hanno comunque popolato i viali e riacceso gli stand nell’attesa di eventi più grandi come il Saie, (concluso da poco): fiera delle costruzioni con percorsi dedicati a sostenibilità, innovazione, efficienza energetica e trasformazione digitale. Tra i big più attesi dell’anno non ci sarà però Agrilevante che dovrebbe essere rimandato anch’esso al 2022, mentre resistono Mediterranean beauty e "Promessi sposi”. A fine ottobre infine arriva in città un appuntamento per gli amanti di tatuaggi e motociclette: il "Tattoo expo", un format organizzato da Tattoo advisor (Tripadvisor dei tatuaggi) già in tour in altre città italiane.


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