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Centralismo e Regioni: siamo sempre in attesa...

Sulla base delle opportunità “politiche” torna ciclicamente in Italia la questione del regionalismo differenziato, che curiosamente in questa lunga stagione cominciata con il governo “Conte 1” risulta intestata al centro-destra anche se a porla all’ordine del giorno sono state maggioranze regionali di centro-destra ma anche di centro-sinistra.

L’eventualità che la configurazione centralistica della Repubblica fosse posta in discussione ha avuto per verità due fasi distinte ma di significato sostanzialmente similare. La prima data negli anni 70 del Novecento, allorché tutte le forze del cosiddetto arco costituzionale si convinsero sulla opportunità di attuare il dettato costituzionale procedendo a far nascere le Regioni a statuto ordinario. E infatti esse nacquero divenendo operative nel 1972 suscitando speranze ma anche timori. La seconda fase è molto recente, coincide con i referendum svolti nel 2017 in due regioni del Nord e nelle decisioni consiliari di altre regioni con lo scopo di applicare l’art. 116, terzo comma della Costituzione modificata nel 2001 in materia di regionalismo differenziato.

In entrambi i casi, dunque, c’è alla base una richiesta di applicazione della Costituzione vigente, ma mentre nel primo la misura da applicare era “spalmata” sull’intero territorio nazionale, nel secondo caso ciò non è affatto scontato e anzi tutto fa pensare che – per molteplici ragioni relative alla disuguaglianza di sviluppo fra Nord e Sud – del regionalismo differenziato trarrebbero beneficio (almeno attualmente e per un periodo significativo di tempo) solo le regioni del Nord: ciò ha provocato una sorta di “fuoco di sbarramento” da parte di determinati settori dell’intellighenzia e dei ceti politici meridionali.

Che vi sia una ostilità aprioristica è segnalato dal fatto che neppure l’applicazione dei LEP (livelli essenziali di prestazione) sembra indurre questi settori del Mezzogiorno a mettere da parte la loro ostilità: il vero timore è che, con una maggiore autonomia, cresca ulteriormente il divario Nord-Sud non per “perfida cattiveria” del Nord, ma per le note inadeguatezze del Sud che purtroppo persistono per molteplici ragioni antiche e recenti. La scelta del Mezzogiorno sembra dunque oggi essere quella di assecondare l’adagio “quieta non movēre”, in attesa, forse, di…Godot.

C’è un’ulteriore questione. Una nuova fase del regionalismo potrebbe sul serio aprirsi se si cominciasse a capire che il Paese ha bisogno di un ordinamento fatto di macro-regioni “spalmate” sull’intero territorio nazionale e che questa riorganizzazione del regionalismo dovrebbe essere concepita come unica ed efficace possibilità di “bilanciare” i poteri centrali con quelli locali. Quindi i sostenitori del neo-centralismo sbagliano a svalutare il “regionalismo asimmetrico” ma coloro che chiedono la sua applicazione alle piccole regioni attuali probabilmente sbagliano ugualmente.


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