Case affollate al Sud: i minori pagano il prezzo più alto

Francesco (nome di fantasia) ha 8 anni e due fratelli di 10 e 12. Tutti costretti alla Dad per l’emergenza sanitaria. Siamo a marzo 2020. Ed è l’inizio del lockdown. La stanza è unica e i ragazzi devono condividerla. Anche il computer. Ma quello non si può condividere perché le lezioni a scuola hanno gli stessi orari. Allora mamma resta senza cellulare (naturalmente se non lavora) e papà anche. Diversamente qualcuno dovrà saltare le lezioni o alternarle con i fratelli. La didattica a distanza proseguirà ancora a lungo e per molti bambini e ragazzi italiani, soprattutto meridionali, i mesi di chiusura sono stati vissuti, in spazi stretti e con tante difficoltà.

Il Covid, il lockdown, la dad e lo smart working hanno inevitabilmente aumentato le disuguaglianze, alimentato la rabbia sociale e spaccato in due la società. Perché se ci sono state famiglie che hanno potuto gestire (seppur con fatica) il lockdown, godendo anche della possibilità di condividere momenti di convivialità, ce ne sono state altre che hanno dovuto adattarsi a spazi piccoli. Soprattutto i minori.

Senza dimenticare che lavorare o seguire le lezioni scolastiche o universitarie in casa richiede un'adeguata attrezzatura, di cui la media delle famiglie non dispone. Il 33,8% delle famiglie (Istat 2020), non ha computer o tablet in casa. La quota scende al 14,3% però nelle famiglie con almeno un minore. Pur sempre una percentuale elevata. Inoltre, solo per il 22,2% delle famiglie ogni componente ha a disposizione un pc o un tablet: per gli altri vale la gestione comune, con tutti i problemi e la sovrapposizione del periodo. Nel mezzogiorno la quota delle famiglie senza computer sale al 41,6%.

C'è anche una forte differenza a vantaggio dei grandi centri, mentre nelle piccole città è più alta la quota di chi non ha un computer. Tra l'altro non è detto che chi dispone di un computer sia in grado di usarlo. Nel 2019 tra gli adolescenti di 14-17 anni che hanno usato internet, ben due su tre avevano competenze digitali basse mentre solo meno di tre su dieci si attestava su livelli alti. Le disuguaglianze digitali, ovvero i divari in termini di accesso alle tecnologie e alle connessioni veloci, non sono state l’unico aspetto che ha inciso sulla qualità della didattica per i minori, durante l’emergenza.

La condizione abitativa è uno dei fattori che più ha condizionato l’esperienza della Dad e in generale della pandemia. E, anche al netto di questa fase particolare, il disagio abitativo ha un’influenza particolarmente negativa sulle opportunità a disposizione di bambini e ragazzi. Quattro su 10 i minori che vivono in condizioni di sovraffollamento abitativo.

Partiamo dal principio: che cosa vuol dire vivere in un’abitazione sovraffollata? Secondo la metodologia usata da Eurostat, e quindi da tutti i Paesi europei, un’abitazione viene considerata sovraffollata quando non ha a disposizione un numero minimo di stanze pari a: una stanza per la famiglia, una stanza per ogni coppia, una stanza per ogni componente di 18 anni e oltre, una stanza ogni due componenti dello stesso sesso di età compresa tra i 12 e i 17 anni di età, una stanza ogni due componenti fino a 11 anni di età, indipendentemente dal sesso. Parametri non sempre rispettati secondo i dati di openpolis, soprattutto per quel che riguarda i minori.

Prima dell’emergenza, infatti, il 41,9% delle persone con meno di 18 anni viveva in case sovraffollate. Una quota molto superiore alla media nazionale (27,8%). A ciò si aggiunga che una situazione di sovraffollamento - non di rado - si associa a problemi strutturali dell’abitazione: dalla poca luminosità alla mancanza di servizi in casa, fino alla presenza di strutture danneggiate o di umidità. I problemi di umidità sono stati segnalati soprattutto in Abruzzo (17,6% delle famiglie residenti), Sardegna (16,5%), Liguria (12,9%) e Campania (11,8%). In Puglia i numeri restano più bassi rispetto al resto del sud Italia. Con dati più contenuti anche il Piemonte (6,8%) e la Lombardia (8%). È del 14,5% la quota di famiglie campane con problemi di strutture danneggiate nell'abitazione. In Puglia così come in Campania, Basilicata e Sicilia il numero di componenti per metro quadro è più elevato. Tuttavia, anche nel centro-nord il tema non è assente. Lombardia, Toscana e Lazio risultano in linea con la media nazionale, ma sopra la media della propria area territoriale. Inoltre, sono soprattutto le periferie delle aree metropolitane a risentirne. Resta però il mezzogiorno l’area che registra le abitazioni più affollate. Soprattutto nelle periferie.

Già prima del Covid e dell’emergenza, che ha costretto tutti in casa, esisteva una alta criticità nella condizione abitativa. Fattore che, quindi, ha inciso e incide sulla vita quotidiana di bambini e ragazzi, e di cui è difficile avere una prospettiva in chiave locale.

Un indicatore utile per questo tipo di analisi è l'indice di disponibilità dei servizi nell'abitazione. L'indice è calcolato come media tra le percentuali di presenza di alcune dotazioni di base: riscaldamento, acqua calda, acqua potabile interna, gabinetto interno, vasca o doccia. Più sono presenti in media tra la popolazione, migliore è la condizione abitativa e quindi più elevato l'indice. Se si confrontano le città italiane più popolose, riemerge una maggiore criticità in quelle del mezzogiorno. L'indice di disponibilità dei servizi nell'abitazione è più vicino a 100 a Bologna (99,7) e a Roma, Milano e Firenze (99,6). Genova e Torino (99,5 ciascuna) si collocano a metà classifica. Più bassa la quota delle città meridionali considerate: Napoli (99,4) e Bari (99,3) si attestano comunque sopra quota 99, distanti invece i due capoluoghi siciliani: Catania (98,4) e Palermo (98,2).

Sono comunque i minori, dati alla mano quelli che - più degli altri – hanno subito e continuano a subire il sovraffollamento abitativo e le relative carenze strutturali. Già a giugno 2020 uno studio dell’Irccs Gaslini di Genova metteva in guardia rispetto alle ricadute emotive e psicologiche su bambini e ragazzi tra i 6 e i 18 anni: Problemi naturalmente acutizzati per chi, tra i minori, ha avuto grande difficoltà a trasformare una stanza (per giunta condivisa) in un castello.


Tra i più disagiati in europa (e non solo)

Le case abitate dagli italiani hanno una dimensione media di 81 mq. Meno di quelle giapponesi (95mq), spagnole (97 mq) tedesche (109 mq) e francesi (112 mq). Si tratta di valori medi (per l’Italia coincidono con le dimensioni catastali della fascia intermedia degli alloggi), ma che hanno grande variabilità a seconda della localizzazione territoriale, in particolare fra grandi città e piccoli paesi.

Gli italiani vivono per metà in immobili multipiano, il 25,5% in condomini con più di 10 abitazioni e un ulteriore 27,1% in edifici più piccoli. In questo senso, la situazione della Germania è abbastanza simile, mentre in Francia prevalgono tipologie abitative a minore densità, come case a schiera e unifamiliari, al contrario della Spagna, dove ben il 44,8% delle famiglie vive in grandi condomini.

Secondo Eurostat (che si riferisce a dati del 2019), fra i grandi Paesi europei, l’Italia vive una condizione abitativa più disagiata con ben il 30,9% dei nuclei in sovraffollamento, ovvero con disponibilità di spazio residenziale, calcolato sulla base della composizione del nucleo familiare e l’età dei componenti, inferiore agli standard europei di riferimento. Il tasso di overcrowding medio dell’Unione Europea riguarda il 18,3% delle famiglie, mentre la Francia scende all’8,2%, la Germania al 6,3% e la Spagna al 5%.


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