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Caro libro da queste parti conti meno di una dedica

Libro, non ti conosco. La Puglia è quartultima nella classifica nazionale 2021 del “chi legge” e precede di pochissimo le altre cenerentole, ossia Calabria, Campania e Sicilia. Sette persone su dieci non hanno letto neppure un testo (solo il 28,1 per cento dei residenti ha sfogliato questo oggetto del non desiderio). Scavando nelle cifre dell’Istat, ci sono altri “rossi”: il 9,8 per cento ha letto 12 libri l’anno; uno su due, si è fermato a 3. Un divario che persiste con il Nord, dove è leader il Trentino Alto Adige (50,1 per cento), seguito dalla Lombardia (48,9 per cento).

Perché in casa nostra si legge poco? Partiamo dal quadro nazionale che già non brilla. E le ragioni sono tante. Per cominciare, in Italia, il libro è visto come evasione inutile, vuoto a perdere, simbolo delle classi snob. Poi è un prodotto che nasce barcollante dalla nascita per pletora di pubblicazioni e per politiche editoriali maldestre, volte ad inseguire gli autori-star dello spettacolo o dei media invece che privilegiare la qualità dei testi. Oggi scrivono tutti, tanto c’è l’editor di turno che riscrive, spesso alla men peggio. E le star vanno in tv, a mostrare la loro ultima opera, come fosse la nuova Divina Commedia. Conseguenza: il potenziale lettore è confuso. E la cultura partecipativa finisce con il generare effetti negativi.

La Puglia assimila le distorsioni generali e aggiunge molto di suo. Sì, d’accordo, abbiamo redditi bassi e un’utenza con pochi giovani, ma siamo la regione con tante rassegne letterarie importanti, con etichetta doc, che incassano contributi economici, predicando a piè sospinto di promuovere il territorio e di innalzare il livello culturale. E allora come mai si semina e non si raccoglie, se è vero che la classifica del campionato- lettori ci vede sempre in zona retrocessione? Evidentemente non basta replicare la tv sulle nostre belle piazze per promuovere il signor libro. La gente arriva, ascolta, cerca l’autografo del vip o della vip, mangia la pizza, gusta il gelato, ritorna a casa e lascia il libro nel soggiorno per mostrare l’autografo agli amici. Così va il tran-tran pugliese, eccezioni virtuose a parte.

Cosa fare? Abolire le rassegne? “È il caso di insistere”, dice qualche esperto. Può anche essere una visione lungimirante. Ma i “però” restano tanti e abbiamo il dovere di meditare e di studiare qualcosa di diverso, iniziando dalla scuola, dove in prima istanza dobbiamo evitare di far esibire autori che si presentano con gli smartphone per il selfie e gridano e gesticolano come fossero al mercato dell’apparenza e del marketing.

In primis, facciamo leggere testi di un recente passato. Libri di Calvino, Buzzati, Berto, Fenoglio, in cui la storia che si racconta è storia e la scrittura è scrittura. Domani forse potrebbe essere un altro giorno.


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