Carceri: molti agenti pochi educatori

Il carcere di Taranto con 619 detenuti a fronte dei 307 posti di capienza regolamentare è uno degli istituti più affollati d’Italia e la Puglia, con un tasso medio complessivo del 134,5%, guida la classifica del sovraffollamento carcerario davanti alla Lombardia (129,9%).

Sono trascorsi ormai quasi 10 anni dalla sentenza pilota della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) che condannò lo Stato italiano per la violazione del divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti (articolo 3) a causa dell’eccessivo sovraffollamento delle carceri (all’epoca circa il 148%), imponendo all'Italia di adottare entro un anno misure strutturali per risolvere il problema.

A fine marzo il tasso di affollamento ufficiale medio era del 107,4%, ma ciò non significa che il problema sia risolto. Spesso, infatti, a causa della inagibilità o di lavori di manutenzione in parti degli istituti di pena, il sovraffollamento reale è decisamente più alto. Il dato, inoltre, è molto variabile e in alcune regioni, come la Puglia, è ancora ben lontano dagli standard accettabili. I dati, presentati un mese fa, fanno parte del diciottesimo rapporto della onlus Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia che riporta dati e numeri spesso sconfortanti che, anche per la nostra regione, in alcuni casi diventano drammatici. Ma come ci suggerisce il titolo del rapporto, “Il carcere visto da dentro”, bisogna usare estrema cautela nelle analisi fatte dall’esterno rispetto a una realtà così complessa come quella delle strutture di detenzione.

Per questo, pur senza rinunciare a rimarcare gli aspetti critici evidenziati dall’associazione, non ci limiteremo a riportare dei numeri, cercando di approfondire insieme a chi all’interno del carcere lavora a contatto con la realtà dei detenuti i dati più spinosi, il loro significato e le possibili strategie di miglioramento.

Durante la presentazione del rapporto Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, prima ancora di analizzare la fotografia della situazione carceraria, ha sostenuto la tesi che il nostro Paese abbia smarrito il senso della pena che, secondo la nostra Costituzione, deve tendere alla rieducazione del condannato.

Il segnale che in questo senso “il sistema non funziona” è, secondo Gonnella, la recidiva e i dati ci dicono che quasi due detenuti su tre (62%) non sono alla prima carcerazione e poco meno di uno su cinque (18%) è già stato in carcere almeno altre cinque volte.

Il percorso di preparazione al reinserimento sociale è strettamente legato al percorso di vita all’interno del carcere e dunque dipendente dalle condizioni nelle quali le pene vengono scontate. È evidente come la prima variabile che impatta su queste condizioni sia quella degli spazi fisici da garantire a ognuno (minimo tre metri quadri pro capite – n.d.r.) e che viene messa a rischio dal sovraffollamento.

Nonostante la situazione sia migliorata negli ultimi anni, in Italia ci sono ancora situazioni molto variabili con istituti che restano ben al di sopra dei tassi di sovraffollamento rilevati all’epoca della già citata sentenza Cedu. Nella nostra regione, che nel rapporto di Antigone presenta luci ed ombre, questo aspetto è piuttosto drammatico. La Puglia presenta il maggiore sovraffollamento complessivo con picchi superiori al 150% rilevati nelle visite di Antigone a Bari, Foggia, Lecce e Altamura e addirittura del 201,6% a Taranto.

La nota positiva è che in tutte le carceri pugliesi sono comunque garantiti i tre metri quadri calpestabili per detenuto che invece non sono rispettati in tutte le celle in ben un quarto degli istituti italiani.

Nel 5% dei casi poi in Italia ci sono ancora celle nelle quali il wc non è in un ambiente separato, con una porta, ma in un angolo della cella. In Puglia l’unico caso rilevato è quello di San Severo dove il bagno è separato dal resto della stanza solo tramite un pannello alto circa tre metri.

Anche se è evidente come la vivibilità delle celle sia fondamentale visto che molti detenuti vi trascorrono buona parte del proprio tempo, un carcere, come sottolinea Antigone, non è fatto solo di celle.

Garantire che la pena non consiste in trattamenti contrari al senso di umanità (come prevede la Costituzione) e possa influire positivamente sul percorso trattamentale, dipende anche degli spazi comuni, spesso inadeguati.

Dalle visite effettuate per la stesura del rapporto emerge che in più di un terzo degli istituti i detenuti non hanno accesso settimanalmente alla palestra o al campo sportivo, mancano spazi per le lavorazioni (laboratori, officine, etc.) nel 32% degli istituti e nel 17% ci sono intere sezioni prive di spazi per la socialità, mentre nel 35% dei casi manca (o non era in funzione alla data della visita) un’area verde per i colloqui all’aperto con i familiari.

In Puglia, ad esempio, i detenuti a Taranto oltre a essere nelle maggiori condizioni di affollamento non hanno regolare accesso a palestre o campi sportivi, così come avviene a Bari e a Brindisi, mentre è invertita rispetto al dato nazionale la percentuale di istituti dotati di aree all’aperto per le visite, presenti nel 36% delle carceri pugliesi.

Il concetto di sovraffollamento, però, non può essere compresso in una valutazione degli spazi fisici, siano quelli delle celle o quelli comuni, ma va inserito in un concetto più ampio. È solo uno dei fattori che contribuiscono al sovraffollamento.

La condizione di autonomia molto limitata della popolazione carceraria implica che ci sia chi si attivi per garantirle, ad esempio, il diritto alla salute, opportunità trattamentali, formazione, il disbrigo di pratiche o l’accesso al welfare.

Se questo personale manca o è carente diventa estremamente problematico soddisfare questi bisogni rendendo, di fatto, sovraffollato il carcere che non riesce a gestire correttamente la totalità dei detenuti dei quali si occupa.

Sono ovviamente compiti che non spettano alla polizia penitenziaria, che ha altre competenze rispetto alla funzione rieducativa e di reinserimento sociale della pena.

Questo aspetto dovrebbe essere garantito da diverse componenti di lavoratori che nella struttura della nostra amministrazione penitenziaria sono in netta minoranza. Davvero pensiamo di non tradire il dettato costituzionale garantendo un agente di custodia ogni 1,6 detenuti e un educatore ogni 83?

Un'aula studio nel carcere di lecce

Pochi giorni fa nella Casa circondariale di Borgo San Nicola, a Lecce, è stata inaugurata un’aula studio per le attività degli studenti detenuti iscritti ad un corso di laurea dell’Università del Salento. Lo spazio è attrezzato con arredi e supporti tecnologici: postazioni per pc, tavoli per riunioni seminariali, smart tv etc.

Sono 19 i detenuti iscritti all’Ateneo salentino, alcuni dei quali hanno già conseguito la laurea triennale. Quella di Lecce è la prima iniziativa di questo genere in Puglia, realizzata a seguito dell’adesione di UniSalento alla Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari (Cnupp), istituita dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane (Crui).

La Puglia è solo terz’ultima in Italia per numero di studenti all’interno delle carceri ma Il dato potrebbe però presto migliorare vista l’adesione al Cnupp (in fase di attivazione dalla Conferenza alla data del 23 marzo) di altri tre atenei pugliesi, Università e Politecnico di Bari e Università di Foggia.

Secondo Mariateresa Susca, direttrice del carcere leccese, lo studio universitario all’interno degli istituti penitenziari rappresenta una sfida per le istituzioni e un’opportunità per i detenuti di investire su sé stessi, ottenendo un titolo spendibile alla fine del periodo di detenzione.

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