Bari e il teatro "usa e getta": finiamola qui con la clientela

Qual è il massimo prodotto dell’uomo? Indubbiamente l’arte. Viviamo in un mondo veloce, che crea e cancella, produce rumore e lascia posto ad altro rumore. Eugenio Montale, già nel 1959, aveva analizzato l’evoluzione dell’uomo e dell’arte in generale. Il poeta, nei suoi articoli sul “Corriere”, parlò soprattutto dei libri, un “oggetto che brucia le mani”, da assumere e da dimenticare in fretta per lasciar spazio ad altri “oggetti”. Roba destinata a durare pochi mesi. Una visione estremistica, ma non lontana dalla realtà.

Montale sposava la visione di Bauman e della sua società liquida, una società fatta di incertezze, in cui le idee sono poco solide e quindi tremendamente mutabili. Libri, musica, teatro, mostre, eventi… Tutto è una frittura globale mista, ormai incapace di creare una connessione culturale e formativa tra artista (o pseudo artista) e fruitore dell’arte. Così la società liquida dilagante che è in tutto (prendete la politica, eletti ed elettori), ha inquinato quanto di più prezioso ci è stato dato: l’arte. E l’uomo si ritrova sempre meno partecipe e sempre più solo.

Siamo partiti da lontano per rivisitare il panorama barese e pugliese che ricalca in peggio la realtà nazionale ed extra-nazionale. Consolarsi, rassegnarsi, visto che così va il mondo? Mai: la parola “rassegnazione” è brutta e fa rima con depressione.

Soffermiamoci sul teatro, considerando che sta per partire la nuova stagione, con la pandemia in flessione, come sembrerebbe. Ecco la, pandemia ha accentuato le negatività di quest’arte antica: si fa teatro perché è diventato essenzialmente un lavoro. Dopo lo stop per il Covid, mesi e mesi in cui il comparto si è visto trascurato, diventando il “popolo degli invisibili”, prima di riprendere, è necessario fare un “mea culpa”, con una domanda di fondo: oggi chi è l’attore? Uno che recita per se stesso, uno che ha perso la consapevolezza di essere fatto per gli altri, per un pubblico da emozionare e da coinvolgere. Il “Teatro pubblico” deve fermare questa deriva, mettendo da parte il clientelismo e… scegliere con cautela i soliti noti che spesso portano in scena monologhi porta-sonno.

Bari e il Barese hanno fior di artisti, dimenticati e rottamati che andrebbero riscoperti perché portatori della tradizione e della creatività. L’usa e getta dei grandi nomi ha fatto il suo tempo e coincide con le teorie di Bauman. Riscopriamo l’appartenenza e nello stesso tempo cambiamo. I teatri non devono essere tutti eguali, con cartelloni fotocopia. Il teatro-teatrale ha rotto le scatole e deve lasciare spazio a quello performativo, capace pure di stupire con i ritrovati della tecnologia.

“Un teatro che non sia in grado di trasmettere allegorie, che non sappia profetizzare, è destinato al declino, perché inabile nell’attraversare la vita, nel rappresentarne le emozioni, i pensieri, le violenze, le malattie, il dolore, le solitudini”: condivido le osservazioni della critica non assoldata. Bari ha i numeri per promuovere il nuovo, a patto che il “Teatro Pubblico” metta da parte la passività e la clientela.


Scrivi all'autore