Bari-Altamura: i lunghi tentacoli dei clan

Che sarebbe stata una “ripresa dei lavori” interessante, il ritorno alla normalità, per magistrati, investigatori e cronisti di nera, s’era già intuito da tempo. Che ad aspettarci al varco ci fossero fuochi pirotecnici come quelli degli ultimi giorni, in materia di contrasto al crimine organizzato e di definizione di scenari sempre più professionalizzati e pervasivi, per le mafie di casa nostra, però, non potevamo aspettarcelo. A dirla tutta forze dell’ordine e inquirenti, che non si sono mai fermati in questi due anni, avevano già preparato il terreno, suggerendo che i clan stavano disvelando livelli di professionalizzazione e infiltrazione insospettabili fino a quel momento. Come avevano già chiarito da tempo che da marzo 2020 la Camorra barese aveva avviato una semina molto puntuale di capitali lasciati scivolare nell’economia reale di tanti portafogli di operatori in sofferenza. Semina che avrebbe conosciuto il volto brutale del raccolto.

I fatti di cronaca delle ultime settimane ci mettono a contatto con questa realtà. Preannunciando, nella banale brutalità delle loro dinamiche, di essere solo la punta di un iceberg che è lì, dritto sulla nostra rotta. Enorme e però invisibile a sguardi disattenti. O peggio, a volte ben conosciuto a infedeli vedette che, invece di dare l’allarme, suggeriscono a chi traccia la navigazione di stare tranquillo. Un pericolo serio, davvero, per tutti.

I mercati generali, ancora una volta, come prima spia di una economia di prossimità pesantemente zavorrata dall’estorsione e dall’usura. Questo ci racconta l’ultima operazione della Squadra Mobile contro una vecchia conoscenza, Nicola Santoro, detto il Koyote, che, forte della sua parentela con un esponente del clan Capriati, praticava usura verso piccoli commercianti e ambulanti dei mercati. Tasso fisso del dieci per cento mensile e avanti tutta. Con tanto di cessione dell’attività, quando i debiti sugli interessi erano divenuti insostenibili. Il commerciante usurato era finito a fare il dipendente di fatto del Santoro, che retribuiva tutto il lavoro con un fisso di 300 euro a settimana. Una miseria da cui, comunque, bisognava ancora detrarre una quota del debito iniziale da estinguere. Con tanto di sconto COVID, dal 2020 in poi, secondo le regole decise a tavolino dalla Camorra barese, che sul marketing in tempo di pandemia ha fatto un investimento di prospettiva. Quello finora documentato è solo uno dei reati collegati alla figura di Santoro, secondo gli inquirenti, che avrebbero invece censito molti altri casi analoghi che coinvolgevano ambulanti operativi su Bari ma provenienti da tutta la provincia – ed anche da comuni come Andria e Bisceglie. Con tanto di usurati che s’erano fatti, negli anni, collaboratori nella riscossione dei crediti. Oppure – dettaglio ancora più inquietante – con tanto di contatti vantati chiaramente dal Santoro nelle fila degli agenti della polizia di stato – a sentirlo nelle intercettazioni, purtroppo per lui, ormai tutti in pensione.

La rete dell’usura e del racket, però, non si esaurisce di certo ai mercati. E un'altra operazione di polizia ci porta dritti nel cuore di un’altra economia che ha sofferto i contraccolpi del lockdown e della ripresa lenta e a singhiozzo. Questa volta parliamo del caso di un operatore di gioco legalizzato che gestiva due punti scommesse –al Libertà e a Modugno. Dopo l’improvvida scelta – non è ancora chiaro quanto libera – di accettare come soci occulti alcuni uomini del clan Strisciuglio attualmente in forze al gruppo che controlla San Pio, come vicari dei Faccilongo, il proprietario dei centri si è trovato negli ultimi mesi a fronteggiare richieste estorsive per decine di migliaia di euro. Gli uomini del clan erano arrivati a minacciarlo direttamente sotto casa e a mettere in atto una vera e propria strategia di terrore per convincerlo da una parte a pagare, dall’altra a non denunciare. Anche in questo caso, nulla di diverso rispetto a quello che era stato già predetto dagli analisti e dai magistrati. Non inganni l’apparente controtendenza di un gruppo criminale che invece di pazientare passa alla riscossione in maniera violenta: quando le cellule dei clan restano senza vertice – dopo Vortice Maestrale la direzione strategica degli Strisciuglio del Libertà risulta decapitata – e soprattutto senza la possibilità di esercitare il proprio core business – lo spaccio a San Pio risulta ormai in contrazione violenta dopo il primo lockdown – è obbligatorio fare di necessità virtù. Ne va della sopravvivenza. Ed è questo l’altro grido d’allarme di chi opera a livello di investigazione: la apparente decapitazione dei vertici di tutti i clan, nel breve periodo, porterà caos, violenza, ferocia – soprattutto lì dove ad operare sono rimaste le terze e le quarte file, tenute sempre ai margini del grande traffico e per questo in enorme difficoltà a gestire affari che non hanno mai padroneggiato.

In cauda venenum (il veleno è nella coda): l’operazione portata a termine contro il gruppo criminale dei Loiudice di Altamura chiarisce quanto forte sia la capacità di questi clan di inquinare il tessuto economico di interi distretti. Giovanni Loiudice, in vent’anni, era riuscito a costruire una rete di contatti seri e profondi con molti operatori economici del centro murgiano e dei comuni limitrofi. E con la sua capacità di intimidazione si era garantito una granitica rendita di posizione in settori importanti come quello delle aste giudiziarie – che spesso condizionava con la sola inquietante presenza – o di alcuni uffici comunali – come quello all’edilizia popolare in cui, facendo la voce grossa, era riuscito a spuntarla. Per non parlare della sua capacità di condizionare il libero mercato delle forniture nei locali della movida murgiana, tutti innaffiati dalla birra che il figlio Alberto produceva. Bel colpo, se si valuta la crescita del distretto ristorativo nella zona di Altamura, Gravina e viciniori, a traino di Matera Capitale della cultura. Giovanni Loiudice, però, non era un battitore libero. Il suo ingresso nella malavita che conta si deve alla figura di Palermiti nei primi anni ’90. Da lì, il boss ne aveva fatta di strada, sempre attento a scegliere il padrino barese più solido a cui appoggiarsi– da Palermiti al più celebre Parisi, spostandosi poi in scia al clan Capriati quando le quotazioni del vecchio signore di Japigia erano crollate. Un filo rosso che dice molto, anche questo, rispetto ad un sistema mafioso che si articola profondamente sul territorio e riesce ad individuare, di volta in volta, i tessuti sociali più floridi dove tentare salti di qualità inquietanti. E i boss da utilizzare come cavalli di Troia per espandere il proprio dominio sulla provincia.


Dal clan palermiti al dominio altamurano

Giovani Loiudice, Giannino, classe 1962. Il boss entra nel mondo del crimine come figlioccio di Eugenio Palermiti. Nei primi anni di attività aveva condiviso il territorio altamurano col collega Bartolo d’Ambrosio. Una serie di ordinanze d’arresto l’avevano convinto a riparare in latitanza in Sud America, per poi tornare quando alcune delicate accuse erano cadute. Al suo rientro, scopertosi scalzato dal D’Ambrosio, secondo la Procura aveva ordinato la morte del vecchio collega – accusa però caduta in sede d’Appello, dove era difeso dall’avvocato Giancarlo Chiariello, dopo aver rimediato un ergastolo in primo grado. È bene ricordare che, al momento, Chiariello è agli arresti con l’accusa di falso in atti giudiziari assieme al magistrato DeBenedictis – operante in Appello – su segnalazione di una serie di pentiti che hanno descritto un inquietante sistema di “manutenzione” delle sentenze a cura del duo.

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