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Bari sicura? La forza dell'illusione

Emergenza. Per quanto si affrettino e si affatichino le autorità a provare a buttare acqua sul fuoco, di questo ci si trova a riflettere dopo un fatto gravissimo come l'aggressione avvenuta al Parco Rossani il 3 luglio scorso ai danni di cittadini baresi insultati e pestati perchè non binari. Emergenza, perchè non di un caso isolato parliamo, ma della punta di un iceberg per troppa parte sommerso fatto di uno stillicidio di casi analoghi non denunciati. Parliamo della persecuzione sistematica di chi appartiene al variegato universo dei cittadini LGBTQIA+ - e qui non è possibile liquidare tutto derubricando i casi che sono troppi a episodici rigurgiti di intolleranza. Parliamo anche, però, di tutta una sequela di aggressioni e violenze che investono i gruppi giovanili nei troppi coni d'ombra che le luci della movida della notte barese lasciano. E in questo caso teniamo insieme le baruffe per la miccia corta del troppo alcool e del troppo sballo, ma anche le spedizioni di piccoli gruppi di giovanissimi rapinatori a caccia di telefonini, portafogli, orologi. Parliamo della generale difficoltà a vivere alcuni punti della città - e non parliamo di quartieri periferici, ma spesso di porzioni del centro, di parchi come il Rossani e come Piazza Umberto - sempre per la presenza generale di un sottobosco di gruppi di giovanissimi malintenzionati. In ultimo, il ritorno in grande stile della prostituzione di strada - quella in appartamento, quella che ingrassa gli affittuari della "Bari-bene", in città non è mai scomparsa, anzi - che dalle complanari di San Giorgio dello Stadio San Nicola ormai si è spostata sul lungomare.

Tutti segnali inquietanti che più di qualcosa non va, a Bari, quando guardiamo all'ordine pubblico, alla sicurezza percepita e reale, alla vivibilità serena di tutti quei luoghi che dovrebbero essere di tutti.

Guardando ai problemi, è bene ricordare alcune cose essenziali. L'aggressione che ha innescato la riflessione - oltre che la sacrosanta indignazione - è una aggressione che ha una chiara matrice omofoba e intollerante. Fermarsi qui, però, spacchettando il problema e facendo ricorso alla "vittimologia" non aiuta, anzi. Le aggressioni sono decine ma il problema non è solo la radice omofoba - che in alcune è sicuramente provata. Quella è la micia situazionale, la giustificazione auto-assolutoria cui questi gruppi ricorrono per rinforzare il consenso nell'ambiente di riferimento. La persona non binaria, come la ragazzina disinibita, come il senza fissa dimora , sono tutti portatori di un connotato che sta fuori dello steccato dei valori - primitivi - di comunità in cui cultura, educazione alla cittadinanza, all'affettività, all'inclusione non sono mai entrate. La verità è che esiste un problema reale di violenza diffusa tra i giovanissimi, un problema generazionale, trasversale ai confini delle città, che però a Bari si innesta su un generale problema di disattenzione a certe marginalità e criticità. Con un effetto di amplificazione che rende tutto più complicato. Perchè la violenza generazionale qui si salda con le vite e le narrazioni che arrivano dai quartieri socialmente esclusi, dalla educazione alla disaffezione e alla deresponsabilizzazione che sono "l'altra scuola" proposta dai clan e dai loro modelli. Perchè, seppur non integrati , questi gruppi sono comunque pezzi di una stessa narrazione - in quanto quasi sempre consumatori o spacciatori dell'ultimo passaggio. Corollario a questo è che a Bari esiste una generale difficoltà ad applicare una vigilanza attiva su pezzi interi della città che sfuggono al controllo - e il parco Rossani ne è un esempio. Ed in quei luoghi le narrazioni violente detonano con enorme facilità, anche perchè, oltre alla vigilanza, manca una progettualità che renda quegli spazi, sempre, spazi di tutti. L'aspetto ancora più drammatico e significativo è che dove non funziona la vigilanza delle istituzioni, è inefficiente anche l'altra vigilanza, quella dei clan - che alla microcriminalità e alla violenza diffusa che porta impiccioni, polizia, fari e riflettori è sempre stata allergica, tanto quanto alla prostituzione di strada. Non è un caso che alcune recrudescenze si manifestino ora, che le direzioni dei clan sono alla sbarra e che i ragazzini di quartiere e non solo - prima contenuti dagli ordini di scuderia - ora possano inventarsi giustizieri, capi-piazza, cani sciolti. Non è un caso che ricompaiano ora le prostitute non più ai margini della città - ora che i clan più che pretendere il rispetto delle distanze di sicurezza si accontentano di una decima più vantaggiosa da chi organizza lo sfruttamento di queste donne. Ecco, sarebbe il caso di riflettere anche su questo, magari. E prendere atto che Bari sta sperimentando una fase molto difficile perchè è venuta meno la tenuta generale garantita dai clan e dal loro controllo del territorio. E questo forse sta a significare che una riflessione a 360 gradi sui temi della sicurezza è non più rimandabile. Perchè, a guardarla così, forse Bari "istituzionalmente sicura" non lo è mai stata davvero.

Intervista a Leonardo Palmisano

Esistono narrazioni drammatiche, esistono risposte spicce, in tutta questa storia. Una prima domanda, obbligatoria, ad uno studioso di sicurezza e di città, non può che essere "Chi decide quanto è sicura una città? Gli indicatori statistici bastano? Ha senso liquidare la percezione della sicurezza come una distorsione?"

Dobbiamo metterci d’accordo su cosa è sicurezza. Se sicurezza significa sentirsi sicuri o essere al sicuro. Chi decide se una città è sicura non è mai chiaro. Certamente non l’intuito della politica, di cui in Italia conviene diffidare per ragioni storiche, di compromesso, corruzione. Chi decide se una città è percepita come sicura sono, normalmente, i sondaggi. Su questi influiscono fattori diversi e numerosi errori metodologici. Conviene affidarsi a chi i sondaggi li sa fare. Tendo a diffidare dei sondaggisti che usano teorie derivanti dall’analisi del crimine statunitense, per esempio, perché siamo in territori e in antropologie devianti molto diverse. Diciamo che a decidere quanto è sicura una città, secondo me, devono essere innanzitutto le vittime di violenza, racket, minaccia, il loro racconto, le loro denunce, le loro paure, i loro avvocati, gli analisti. Gli indicatori statistici sono utili, ma la loro lettura è difficile. Un esempio: se diminuiscono le denunce è perché ci sono meno reati, perché cresce la paura di denunciare oppure, cosa peggiore ma diffusa in alcune zone di Bari, perché si è creata complicità tra società criminale e legale?

La questione della violenza omofoba in città ha radici antiche. E torna alla ribalta alla vigilia o all'indomani di un evento di civiltà come il Pride - successe anche nel 2003. Problema politico, segnale di una povertà educativa imbarazzante o c'è altro?

Segnali tutti convergenti verso una matrice politica non necessariamente organizzata. Pane per investigazioni della Digos. È noto che Bari e la città metropolitana, perché si tratta di gang provinciali radunate sui social e sulle chat, vivono una rinascita dell’omofobia tra i giovanissimi dentro le curve degli stadi, dentro i circoli della destra sociale che ancora non chiudiamo per legge, dentro certi ambienti sportivi, dentro certe famiglie che non hanno abbandonato il fascismo degli anni settanta e ottanta. Com’era allora, quando questi fascisti borghesi uccisero Benedetto Petrone, la natura materiale di questo nuovo squadrismo è di classe media. La differenza, forse, rispetto ad allora è culturale: si tratta di giovanissimi male scolarizzati, allevati sui social dove destre e mafie proliferano insieme, favoriti dal dilagare di una tendenza neofascista, razzista e neopatriarcale non adeguatamente contrastata nel quotidiano.

L'Umbertino è una delle irrinunciabili piazze di spaccio per i clan cittadini. Eppure, proprio lì, ai margini della movida, la violenza delle gang di giovanissimi rapinatori è di casa. Cosa sta succedendo realmente?

L’umbertino si è spopolato velocemente, a causa del Covid e del declino demografico. Accade che tutti i luoghi poco abitati e molto prossimi ai luoghi dell’aggregazione da consumo di alcool, la cosiddetta movida, vengano attraversati da giovanissimi. Per gli spacciatori è una manna, perché possono intercettare quei giovanissimi, già socializzati alla tossicodipendenza da subculture musicali come la trap. I clan, che vendono soprattutto all’ingrosso o in alcuni locali, se ne giovano, perché non controllano lo spaccio minuto, ma riforniscono i pusher senza correre rischi. I pusher, a loro volta, sono favoriti da un eccesso di denaro nelle tasche di questi adolescenti. Mi domando come facciano tante famiglie a non vergognarsi di sostenere questa economia criminale a danno della salute dei propri figli.

Parco Rossani - a due passi dal centro, icona della riqualificazione e del ritorno alla cittadinanza - passa nella narrazione collettiva come uno dei luoghi meno sicuri di Bari. Come mai? Cosa non sta funzionando davvero?

Noi di Carrassi sappiamo che la Rossani è adatta a spostarvi lo spaccio di via Buccari. Si tratta di un luogo ancora molto vuoto, sul quale sono state gettate sopra aspettative più politiche che sociali. Forse è arrivato il momento di generare altra socialità, in quell’area, aumentando fortemente l’attività repressiva serale e notturna. Anche a costo di perdere qualche voto.

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