Bari non ha una maschera e si consola con il... funerale

Se appena ieri era Natale, non fai in tempo a dire "buon anno" che davvero è festa tutto l'anno. Ma conviene pensarlo e crederlo, tanto più in tempi difficili come i nostri, tra covid insistente -più esteso e più lieve però, va detto anche questo- ed economia sofferente, specie al Sud. La festa come momentanea distrazione o, se si preferisce, clima gioioso per ovviare proprio a quelle note difficoltà che ormai ci accompagnano sempre più nel quotidiano. Dopo le feste e le liturgie natalizie, il 17 gennaio è stata già la ricorrenza di sant'Antonio abate, noto con l'appellativo che fa riferimento alla sua vita da guida monastica, anche per distinguerlo dalla figura assai popolare del francescano sant'Antonio da Padova. Non che l'abate non sia popolare, anzi. La sua festa, appunto il 17 del primo mese dell'anno, tradizionalmente, sta ad indicare l'inizio del periodo carnascialesco per eccellenza, per dirla con Lorenzo il Magnifico, ossia proprio quello legato al Carnevale, antica libera fase di svago e sicuramente anche eccessi 'ludici'. Il tutto prima della Quaresima e di quel contrito mercoledì delle Ceneri che va a seguire il cosiddetto Martedì "grasso", che è tale perché in maniera giocosamente e licenziosamente sfarzosa ci si doveva e ci si deve divertire prima del periodo quaresimale, stretto com'è all'idea martiriale e sacrificale della venuta del Cristo redentore. Sant'Antonio abate, vissuto in Egitto tra il IV ed il III secolo d.C., è considerato protettore contro numerosi mali o a difesa di più situazioni, anche professionali.

Ad esempio, è invocato contro l'herpes zoster (infatti noto anche come Fuoco di Sant'Antonio), protettore dei macellai, salumai, canestrai. Ma è anche il santo cui da sempre si delega la protezione degli animali domestici e poi per estensione degli animali in genere: un primato, quest'ultimo, che è in ballo anche con Francesco d'Assisi, tanto che alla chiesa di Santa Fara, a Bari, la famosa benedizione degli animali avviene ogni anno il 4 ottobre, data in cui si commemora il celebre santo umbro, patrono d'Italia. In tutto il mondo e per secoli è stata invece proprio il 17 gennaio la data per la benedizione degli animali, in onore del santo raffigurato con un piccolo maialino, immagine che ha dato adito ad una serie di illazioni e spiegazioni, anche a livello meramente antropologico, più o meno giustificate. In realtà il Carnevale vero e proprio è 'rinchiuso' in una settimana scarsa: partendo dal giovedì "grasso" termina il martedì successivo, sempre dallo stesso appellativo.

Ma come calcolare i tempi dell'arrivo del Carnevale effettivo? E non dunque di quello che popolarmente comincia con sant'Antonio? Semplice. Occorre partire dalla domenica di Pasqua, che ricorre sempre la domenica dopo il primo plenilunio successivo all’equinozio di primavera, tra il 22 marzo e il 25 aprile. Di conseguenza, calcoli alla mano, se la matematica non è un'opinione, il Carnevale, considerata la Quaresima, inizia sempre tra il 10 gennaio e il 14 febbraio. Ma perché Antonio apre le danze? Nessun riferimento preciso alla sua vita, al suo messaggio o alle sue abitudini. Già, abitudini. Ma semmai quelle dei posteri. E abitudini per lo più alimentari, con la carne di porco, emblema guarda caso del santo, che si mangia a Carnevale rispetto al cappone di Natale. In più culture contadine, del resto, il maiale veniva ucciso proprio per la festa di Antonio Abate e così riceveva il via l'arcaico rito inneggiante alla fecondità e all'abbondanza, tutte situazioni leggibili all'occasione anche come scherno verso il potere.

Ma come si festeggia e ricorda il Carnevale a Bari? Intanto, almeno fino agli anni Novanta, ogni 17 gennaio, gli animali 'baresi' erano benedetti nella vecchia e piccola cappella di Sant'Antonio, sotto il Fortino, sul lungomare. Una chiesa praticamente ad oggi dimenticata ed una tradizione persa che però piaceva non poco ai cultori delle storie più ancestrali e quasi, talvolta, 'pagane' della città: dai divulgatori storici Vito Antonio Melchiorre e Vito Maurogiovanni fino al giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Liborio Lojacono, che sempre amava ricordare il curioso avvenimento e soprattutto quel luogo, quasi nascosto. La statua del santo è conservata nella chiesa intitolata a Sant'Anna, sempre nel centro storico: qui ad oggi avviene la benedizione degli animali, oltre che nella citata Santa Fara. Il rapporto tra Bari ed il Carnevale è di certo un pochino strano. La città, tra le più importanti italiane e del Sud, non ha una sua storica maschera di riferimento, un qualcosa, un fantoccio, un pretesto che, a livello anche antropologico, la identifichi con un episodio o con una mentalità. La cultura mercantile e marina di Bari poteva forse trovare un'immagine tra gli adusi alla mattinata trascorsa in attesa del pesce fresco, tra gli operatori del mercato stesso e di tutto ciò che di buono vien dal mare e quant'altro. E allora ci si è dovuti accontentare di Rocco. O meglio: di Rocco e del suo funerale. Chi sia Rocco è presto detto. È in effetti un'immagine popolare che nei giorni di Carnevale si cita o citava spesso.

Egli è un contadino tradito dalla consorte, morto per il conseguente dolore. Il suo corteo funebre attraversa le vie del centro storico. Rocco ha nelle mani una grande carota, la moglie (ipocritamente?) lo piange, gli 'amici' (chiamali tali!) mentre lo piangono gli ricordano nel contempo il misfatto ricevuto, diciamo pure le "corna", già che ci siamo ed è Carnevale quando, si sa, ogni scherzo vale. Anche l'ultimo, il più beffardo e persino cinico. Battute mordaci, motti di spirito, parole intrecciate all'arguzia più ironicamente salace e velenosa. Questo è il Carnevale e, almeno su questo, come si vede, anche Bari non sfugge. Si pensi che a bagnare e 'benedire' il feretro-fantoccio del nostro caro Rocco -in questa storica manifestazione che qualche volta ancora si fa in città, ora Covid permettendo- è addirittura l'acqua del "priso", ossia del wc casalingo, una volta molto meno moderno e 'nobile' dell'attuale: a significare ancora una volta l'aria da feroce scherno. Il Martedì grasso il povero Rocco non può che ardere al rogo, con la sua vergogna ed ancora con attorno la scarsa empatia -a voler essere eufemistici- dei suoi cari, 'carissimi' concittadini. Ma in fondo, a nostro parere, l'apologo andrebbe letto in senso slegato da ogni possibile identificazione e dunque relativo, vero dileggio. Alla fine, Rocco non è nessuno, non ha un nome perché potrebbe averne diversi, molti, forse tutti. Intelligenti pauca, insomma! Qualche nota la merita anche la cucina barese nei giorni di Carnevale. Spazio alle immancabili sgagliozze di polenta fritta, ai panzerotti di carne fino a dolci come il sanguinaccio (presente anche qui il maiale, sotto forma di sangue -che detto così suona macabro, ma tant’è!-) e alle chiacchiere, che poi esploderanno a marzo. E per primo? Ecco le orecchiette o quel che si vuole, purché il tutto sia condito con sugo e involtini di carne da cavallo. Ogni scherzo vale e la pancia, con la bilancia, sale! Buon appetito, bando alle ciance. Anche perché le chiacchiere, quelle dolci, ci aspettano alla fine.


A Putignano si comincia dal 26 dicembre

Segnaliamo, secondo le aree storiche e geografiche della Puglia, alcune località famose per i rispetti riti in onore del Carnevale. Arcinoto tutto quel che accade a Putignano, in provincia di Bari. Le grandi ed elaborate strutture in cartapesta, i canti dei cosiddetti "propagginanti", usanze del basso Medieovo che hanno resistito fino ai nostri giorni. Qui si comincia già dal 26 dicembre e la festa è proprio delle Propaggini, fondata sulla recita satirica in dialetto locale.

A nord della Puglia, famoso il Carnevale di Manfredonia e nel Salento profondo quello di Gallipoli. Se la prima località si presenta con la Sfilata delle Meraviglie, con diverse maschere, tra cui la più famosa è quella simpatica e ironica di ZePèppe, la maschera classica gallipolina è Titoru, accanto alla mamma Caremma, figura tipica già della Quaresima.


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