Bari e la Chiesa: con Mimmi e Nicodemo si è fatta la storia

Anche la storia di Bari, la sua realtà identitaria, fa leva sul fattore religioso, inteso anche in una concezione laica, antropologica, culturale nel senso più vasto. Che Bari sarebbe senza san Nicola, insomma?

E se la storia delle vicende italiane è anche la storia dell'anima popolare e cattolica dell'Italia profonda, altrettanto si può scoprire e confermare pensando e rileggendo la storia della Puglia e di Bari.

Lo ribadisce, ad esempio, anche la storia dei vescovi della diocesi barese.

Una conferma garantita anche dalle riflessioni attorno al portato esistenziale e pastorale di due presuli che hanno incisivamente segnato la Bari novecentesca. Ci riferiamo a due vescovi in particolare, su cui ci soffermiamo: mons. Marcello Mimmi, che ha retto la diocesi del capoluogo dal 1933 al 1952 (e che poi diverrà cardinale, dopo la nomina a Napoli) ed Enrico Nicodemo, vescovo dal 1953 al 1973. Nel 2021 ricorrono due ricorrenze legate ad entrambi: nel gennaio del 1906 nasceva Nicodemo, centoquindici anni fa; nel marzo del 1961, cinquant'anni fa, moriva invece Mimmi.

Quest'ultimo, bolognese di Castel San Pietro Terme, classe 1882, arriva a Bari dopo essere già stato vescovo a Crema, in Lombardia.

Radicata dunque anche in lui la tradizione ecclesiale di attribuire le sedi ai vescovi non sempre (anzi, per lunghi tratti, quasi mai) originari dei luoghi delle diocesi o foss’anche delle regioni. Un aspetto che, se è vero che ha spesso catapultato uomini in città dalla storia e dalla mentalità molto diverse da quelle di provenienza (caso emblematico quello del mantovano Ernesto Ruffini, storico vescovo di Palermo), ha poi sicuramente permesso un certo 'dialogo' all'interno delle varie identità del Paese, tanto più se mediante il 'mezzo' più italiano di tutti: il cattolicesimo, appunto.

Già a Crema Mimmi si contraddistingue come vescovo dei poveri, donando l'anello episcopale in favore dei meno abbienti al momento del suo addio verso la Puglia e Bari. Qui da noi fu un vescovo attentissimo alla dimensione pastorale e alla vocazione ecumenica della chiesa, a maggior ragione se in una porzione di territorio così focalizzata verso l'Oriente.

Abbiamo sentito, sia su Mimmi sia su Nicodemo, la voce e l'opinione di Vincenzo Robles, a lungo docente all'Ateneo di Bari di Storia della Chiesa e del Movimento Cattolico e, successivamente, anche di Storia Contemporanea a Foggia. Robles, formatosi alla scuola di Ambrogio Donini, celebre studioso di storia del Cristianesimo - con particolare attenzione ai primi secoli cristiani - sugli aspetti relativi agli ambiti ecclesiastici pugliesi e meridionali tra '800 e '900 è un vero esperto. Diversi i suoi scritti dedicati a queste tematiche, con più monografie o saggi inerenti i vescovi del capoluogo ed altre diocesi del Sud.

"L’episcopato di Mimmi -osserva subito Robles- cercò di 'svegliare' la chiesa di Bari da un tradizionalismo religioso che, forse, poco aveva a che fare con quella fede 'forte, sana, agile e operosa', come proprio il vescovo avrebbe voluto e per cui avrebbe poi tanto operato".

Un vescovo, aggiungiamo noi, anche non poco acuto e tagliente nei suoi giudizi e nelle sue analisi in merito alle consuetudini ataviche di una certa religiosità. Ci viene in soccorso, su questo, ancora Robles.

"Egli stesso, attraverso il Bollettino diocesano, cercò di educare i suoi diocesani, non risparmiando analisi anche dure o persino troppo dure". Lo studioso ricorda alcune parole di Mimmi. Eccole.

“Si riceve la cresima senza sapere nulla, la prima Comunione senza capire nulla, si riceve l’estrema unzione quando si sono ormai perduti i sensi”.

"Ecco questa sua capacità critica, anche sferzante", fa notare e sottolinea Robles. Ancora.

"Mons. Mincuzzi definì il vescovo 'testimone di Dio', ma questo anche per le sue molte e interessanti Lettere pastorali, ricche di analisi storica e religiosa. Per non parlare delle sue Relazioni sullo stato della diocesi inviate alla Congregazione dei vescovi, importanti documenti anche in chiave storiografica", prosegue il nostro interlocutore.

A lui chiediamo anche sul ruolo di Mimmi durante il fascismo.

Anni difficili, anni bellici.

"Durante il Ventennio condusse con maestria la chiesa barese da una dimensione decisamente patriottica ad una dimensione più evangelica", ci fa sapere quasi telegraficamente Robles.

Ma crediamo sia una risposta non da poco e di non poca importanza.

Mimmi fu poi il presule che, appunto, fece crescere il numero delle parrocchie, in una diocesi che, va ricordato, comprendeva anche Canosa, così lontana, così unita nel nome di san Sabino (non senza dissapori nel corso della storia, occorre dirlo).

Fu anche attento alle missioni, indisse i Congressi eucaristici, mostrò interesse per la condizione della donna e degli operai. Fu nominato vicepresidente dell'Azione Cattolica Italiana per l'Oriente cristiano e vicino alle Acli e alla Fuci, allora determinante per la formazione di molti giovani.

Lasciò Bari per Napoli nell'agosto del 1952.

A Bari arrivò dopo di lui quell'Enrico Nicodemo pure al centro di questo nostro pezzo. Nicodemo, classe 1906, era campano di Tortorella (Sa) e fu vescovo già nemmeno quarantenne a Mileto, in Calabria, attuale provincia di Vibo Valentia. È poi stato un alto prelato davvero molto legato a Bari.

Qui diresse la nostra chiesa, qui morì. E morì da vescovo, sepolto ancora oggi a Bari, nella cripta della 'sua' cattedrale di San Sabino.

Egli è stato definito da Andrea Riccardi, storico della Chiesa ed ex ministro (nonché attivissimo nel movimentismo laico cattolico), come “consul Dei”.

Fu, tra gli innumerevoli incarichi ricoperti, anche vicepresidente della Cei, la Commissione episcopale italiana.

Ricorda di nuovo Enzo Robles: "Il suo episcopato si è svolto negli anni della ricostruzione democratica dell’Italia e del Mezzogiorno. Interpretò il programma di Pio XII nel mobilitare la chiesa".

Un vescovo totalmente "pacelliano", dunque, nel solco appunto dell'impostazione voluta dal papa dell'epoca? Fu così definito anche da mons. Nuzzi. Osserviamo e chiediamo a Robles.

"Nessun campo, della realtà religiosa a quella politica e sociale della sua diocesi, gli rimase estraneo", rassicura lo storico.

Furono, quelli, anni molto spinosi, fatti di contrasti tra l'anima cattolica e quella laica, a matrice socialista e comunista. Ma furono anche gli anni dei tentativi di centrosinistra, gli anni di Aldo Moro, anni di sfide e confronti. Tanti i personaggi che agirono e segnarono quei momenti: dai pontefici Giovanni XXIII e Paolo VI, interpreti -certo in modo diverso- della stagione conciliare, a cardinali come il famoso arcivescovo di Genova Giuseppe Siri, notoriamente contrario a cambiamenti repentini che potessero sconvolgere la dottrina cattolica e la fede bimillenaria della Chiesa ma, a conti fatti, anch'egli fedele al magistero petrino e dunque non contestatore aperto delle decisioni assembleari del Concilio e di tutta la sua eredità.

Nel nostro box parliamo di un celebre caso, episodio che fece epoca e che quell'epoca racconta più di qualsiasi altro.

Enrico Nicodemo fu anche il vescovo che tenne la diocesi durante il Concilio Vaticano II. Un momento non meno delicato e dirimente. Anzi.

"Arrivato a Bari come 'sentinella della verità’, lasciò la città e la diocesi, dopo l'importante esperienza del Concilio, da 'pellegrino dell’annunzio', come egli stesso volle definirsi", sostiene Robles, ancora una volta con una capacità di sintesi che molto dice dell'evoluzione, anche di pensiero ecclesiologico, intervenuta durante quel particolare frangente.

Un’evoluzione che raggiunse e riguardò, probabilmente, la diretta missione pastorale e, perché no, forse anche la vita di Enrico Nicodemo, del vescovo Nicodemo.


Il cartellino rosso di Nicodemo a Papalia

Si è detto di Enrico Nicodemo come vescovo molto energico, battagliero a difesa della fede contro ogni ‘pericolosa’ commistione. Nemico anche di socialisti e comunisti soprattutto, particolarmente in certi delicati passaggi po-litici. Lo capì bene l’avvocato Giuseppe Papalia (nel ritratto a destra), sindaco socialista di Bari, nel maggio del 1960, durante la processione in onore di san Nicola, amato patrono della città. Fu infatti violento lo scontro tra il vescovo ed il sindaco, a capo allora di una giunta socialcomunista. Nicodemo, in ossequio alla celebre scomunica cattolica del 1949 contro i comunisti (poi estesa anche, ap-punto, ai socialisti, se alleati del Pci), proibì al primo cittadino la partecipazione all’affollato ed assai sentito rito. Un fatto storico, rimasto nella stessa storia a segnare inequivocabilmente quegli anni.

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