Bari calcio: è l'ora di pensare in grande


«Mi raccomando al Bari». La frase fu pronunciata da Angelo De Palo, storico presidente della As Bari dal 1963 al 1977 (con una parentesi, nel 1961-’62, da commissario del club). Un monito, quello di De Palo, che deve essere una sorta di stella polare per l’attuale numero uno del club biancorosso, Luigi De Laurentiis, che finalmente è riuscito a riportare il Bari in serie B dopo i quattro anni d’inferno, tra serie D e C, post fallimento.

«Se il campionato si mette bene, devo trovare chi me lo porta in A. La speranza c'è, perché anche chi ha investito poco riesce a essere nelle prime posizioni». Così il presidente Luigi De Laurentiis in un’intervista al Corriere dello sport, aprendo alla concreta possibilità che il Bari venga ceduto in tempi relativamente brevi.

L’oggetto del contendere tra la famiglia De Laurentiis e Gabriele Gravina, presidente della Figc, è il nodo multiproprietà. Il campionato di serie A che sta per concludersi è stato caratterizzato dal “torbido” affaire Salernitana: una volta raggiunta la promozione nella massima categoria nel 2021, il presidente e proprietario Claudio Lotito si è trovato ad affidare il club campano a un “trust” che ne completasse la cessione, a causa dell’incompatibilità delle cariche dello stesso Lotito, presidente anche della Lazio. La Salernitana è stata venduta in extremis, il 31 dicembre, e la questione per un attimo si è risolta.

Ma il problema potrebbe riproporsi a breve, visto che la famiglia De Laurentiis è proprietaria del Bari e del Napoli. E con i galletti in serie B, la questione si fa urgente. La Figc ha fissato al 30 giugno 2024 la data per risolvere una volta e per sempre tutte le multiproprietà nel calcio italiano. Dalla loro, i De Laurentiis hanno fatto ricorso per avere ancora più tempo; l’udienza è fissata per il 4 maggio, ma le speranze di successo sono al lumicino, fortunatamente per chi non ha nessuna intenzione di vedere il Bari “macerare” un’altra volta in un’anonima serie B.

E, quindi, Luigi De Laurentiis e papà Aurelio – sembrerebbe – si stanno già muovendo per trovare una soluzione alla questione della proprietà del Bari. «Oggi arrivano tante offerte e nel mondo c'è tanto interesse per il calcio italiano», ha continuato DeLa, entrando un po’ più nel merito della cessione di uno dei due club.

E non ha tutti i torti: attorno al calcio italiano negli ultimi anni si è polarizzato l’interesse di una moltitudine di fondi d’investimento, dagli americani agli arabi, quelli che – per esempio – in questi giorni stanno trattando l’acquisto del Milan per 1 miliardo di euro. Luigi De Laurentiis, per sua stessa ammissione, ha imparato a gestire una società di calcio un po’ strada facendo, ma sul piano del business la sua famiglia non deve prendere lezioni da nessuno; De Laurentiis è un nome troppo prestigioso per “bruciarsi” in una cessione del Bari a nuovi proprietari non all’altezza dei sogni e delle aspirazioni della rovente tifoseria biancorossa, e questo è di per sé un ottimo certificato di garanzia.

Il Bari è in buone mani, e questo lo sappiamo. L’ingresso in società della famiglia Casillo (i magnati pugliesi del grano) come top sponsor conferma la bontà della vision imprenditoriale di LdL, e chissà che un domani non possano essere proprio gli imprenditori coratini a rilevare il Bari. Presentando l’accordo di sponsorizzazione, i Casillo hanno fatto capire che il calcio non è il loro mestiere, e che non hanno gran voglia di imparare. Ma, si sa, le parole se le porta via il vento. Vedremo…

Sta di fatto, però, che in tempi più o meno brevi il Bari avrà bisogno di un acquirente solido e ambizioso. Da invertire c’è una tradizione di tantissime “chiacchiere” e pochissimi fatti, in un territorio (Bari, la provincia, la Puglia) che ha parecchio parlato di prospettive di sviluppo illimitate, ma che alla prova dei fatti si è sempre trovata con un pugno di mosche in mano. Tutti ricordiamo ancora il malese Datò Noordin Ahmad, imprenditore portato a Bari nel 2016 dall’allora presidente Gianluca Paparesta, e poi sparito nel nulla. Di lui si ricordano le cene e i pranzi a base di crudo di mare pagati dalla Fc Bari 1908 e la promessa di «Portare il Bari in Champions League in cinque anni», annunciata durante una conferenza stampa tragicomica. Di lì a due anni, invece, il club biancorosso sarebbe fallito definitivamente, sparendo dal firmamento del calcio italiano.

Per non menzionare il “famigerato” Tim Barton, sedicente magnate americano che nel 2009 sbarcò a Bari per acquistare il club dalla famiglia Matarrese per poi sparire – anche lui – nel nulla dopo il bagno di folla della città.

Ma ci sono pure vari imprenditori russi attirati a Bari dal culto di San Nicola e dall’investimento sul turismo religioso; e ancora indiani, cinesi, arabi. Tutti senza nome, tutti senza volto. Tutti, probabilmente, anche senza esistenza.

Pensavamo di averle viste davvero tutte, qui a Bari, ma nel 2018 il dramma si è fatto fenomeno: dopo aver passato in rassegna i sedicenti ricchi di mezzo mondo, Paparesta permise a Cosmo Giancaspro la scalata dall’interno, e l’imprenditore molfettese (in seguito arrestato e con ancora diverse vicende giudiziarie pendenti, fra accuse di bancarotta fraudolenta e truffa) portò il Bari al fallimento decisivo. La storia di un territorio che sognava la Champions League in cinque anni finì in un caldo pomeriggio di luglio per mano di chi sembrava rappresentare al meglio lo sviluppo mancato, il “vorrei ma non posso” di una terra che – come si direbbe a scuola – ha un grande potenziale ma non si applica. È la triste storia di chi si nutre di promesse e fa una fatica enorme a guardare oltre la punta del proprio naso, a vedere il potenziale di una città che da sempre è la “porta d’Oriente” e che – pertanto – potrebbe attirare una moltitudine di investimenti seri e copiosi. Questa è stata Bari: «Intelligente, ma non si applica».

L’ultima speranza sono i De Laurentiis, il cui “expertise” è sufficiente a pensare che il Bari – stavolta – venga lasciato in buonissime mani. Su questo non ci sono dubbi.

D’altra parte, la piazza lo merita: chi fa 25mila spettatori in C (come quest’anno), chissà cosa potrebbe combinare con un progetto solido in A.

L’obiettivo è sfatare la nomea di “squadra ascensore”, l’appellativo che il Bari nella sua storia si è guadagnato facendo la spola tra serie A (30 campionati) e serie B (46 campionati), con ben dieci apparizioni in serie C (compresa quella di quest’anno, si spera l’ultima) e una in C1.

La presidenza De Palo di cui parlavamo prima è un po’ il simbolo di questa condizione ondivaga del club biancorosso: retrocessione in B nel ’64, retrocessione in C nel ’65, promozione in B nel ’67, promozione in A nel ’69, ritorno in C nel ’74, serie B di nuovo nel ’77, anno in cui De Palo morì.

Poi il quarantennio Matarrese, conclusosi con il fallimento “pilotato” del 2014. Una presidenza, quella degli imprenditori baresi del mattone, aspramente contestata dalla tifoseria negli anni, ma che col senno di poi…

Nel 1981-’82 l’allenatore Enrico Catuzzi diede forma al “Bari dei baresi”, una delle squadre più amate della storia biancorossa, con i vari Armenise, Caricola, De Trizio e Loseto a difendere i colori dei galletti. Quella squadra arrivò solo quarta in B, ma riuscì a entusiasmare una piazza a cui basta poco per accendersi. L’anno dopo il Bari finì in C1, per poi fare il doppio salto dalla B alla A nei tre anni successivi.

Una grande metafora della presidenza Matarrese: il Bari sarebbe andato in A nel 1989 e avrebbe vinto la Mitropa cup nel 1990, per poi tornare in B nel ’92 e ancora nel ’96 (retrocessi pur avendo in rosa Igor Protti, capocannoniere della serie A quell’anno). La promozione del 1997 avrebbe significato serie A fino al 2001, quando poi si sarebbe aperto il periodo di otto campionati consecutivi di puro anonimato in serie B, insieme alla contestazione della tifoseria organizzata.

E poi? Come per magia arrivò il 22 dicembre 2007. Al San Nicola il Lecce vinse 0-4 il derby che valse l’esonero dell’allenatore Beppe Materazzi, sostituito da un giovane Antonio Conte. L’allenatore salentino vinse la serie B 2008/’09 e riportò il Bari in A, prima di mollare tutto e lasciare il timone a Giampiero Ventura. Decimo posto nella stagione ‘09/’10, poi la retrocessione nel campionato ‘10/’11, condita da ogni genere di bruttura: dal calcioscommesse alla squalifica di Andrea Masiello per l’autogoal combinato nel derby con il Lecce. La pagina più nera del calcio barese.

Il resto? È storia nota. I Matarrese dichiararono fallimento nel 2014, quando la squadra senza società arrivò in semifinale playoff per la promozione in A, fermata solo da un doppio 2-2 contro il Latina, a un passo da un sogno oltre ogni immaginazione. Il quadriennio della Fc Bari 1908, fra Paparesta e Giancaspro, fu solo un accanimento terapeutico: nel 2018 il nuovo, definitivo, fallimento, il passaggio del titolo sportivo al sindaco Decaro e l’arrivo della SSC Bari dei De Laurentiis. Una storia che, adesso, è pronta a ricominciare il suo ciclo, ma serve che la città di Bari faccia il definitivo salto di qualità.

targa via roberto da Bari

«Sappiate amare la Bari. Sappiatela custodire e guardatela sempre con occhi innamorati». La famosa frase è di Floriano Ludwig, il portiere austriaco che il 15 gennaio 1908 fondò la Foot-ball club Bari nel retrobottega di un negozio in via Roberto da Bari.

Nacque così la ultracentenaria storia del club biancorosso e dei suoi tifosi, insieme alla diatriba linguistica senza soluzione fra “il Bari” e “la Bari”.

Lì, in via Roberto Da Bari, dove tutto iniziò, dal 15 gennaio 2018 c’è una targa che ricorda Floriano Ludwig e la Bari di inizio ‘900, che assisteva alla “Traviata” di Verdi al Petruzzelli mentre poco più lontano vedeva la luce il primo embrione di quella che sarebbe diventata la “malattia biancorossa” di tutto un popolo e di tutta una città.

L’iniziativa celebrativa fu promossa dall’associazione “La Bari siamo noi”, centro coordinamento di tutti i Bari club del territorio, in occasione del 110mo compleanno del Bari calcio.

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