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Autonomia differenziata? Solo se si fanno le macroregioni

Nella gragnuòla di interventi che sta accompagnando nei Media la discussione sull’autonomia “differenziata” ne spicca qualcuno più onesto ed anche più competente, ma in generale ciò cui si assiste è il ritorno dell’armata del “quieta non movere et mota quietare”: la stessa che affossò il referendum costituzionale del 2016. In questo caso ci sarebbe un complotto ordito dal Nord contro il povero Sud per impedirgli di esprimere la sua autoproclamata capacità di essere efficiente ed efficace.

Personalmente non sono a favore dell’autonomia “differenziata” così come proposta, ma non per le ragioni (direi inconsistenti, anzi risibili) che vengono accampate da più parti, compresi tanti moderni “meridionalisti” per i quali il meridionalismo è stato sovente solo una ghiotta occasione per prebende varie.

Procediamo per gradi. Intanto, l’autonomismo è sempre stato un sale sparso dai progressisti; anzi, la storia del riscatto dei lavoratori si è giocata sempre entro una duplice prospettiva: quella che riguardava il “padronato” e quella che riguardava il centralismo statale. In particolare tutti i grandi meridionalisti hanno sempre battagliato a favore delle autonomie, essendo storicamente proprio il Sud la principale vittima del centralismo.

Questa situazione non è affatto cambiata oggi. Apparentemente può sembrare che l’Italia sia in una situazione di disarticolazione dello Stato per causa dello strapotere delle Regioni, ma nella realtà questo “strapotere” è apparente e resta sempre valido l’interrogativo di tutti gli autentici autonomisti: Roma è in grado di capire a fondo le esigenze di Canicattì?

Infatti il vero problema risiede nel fatto che il supposto “strapotere” si esprime giocoforza solo sulle risorse “date”, essendo preclusa alle Regioni la possibilità di crearle: magari alcune Regioni sono state più brave di altre nel captarle a proprio favore ma anche in questo caso non si fuoriesce da un panorama di ricchezza la cui formazione è sostanzialmente “esogena”, direbbero gli economisti. D’altronde come potrebbero alcune Regioni con meno di mezzo milione di abitanti essere in grado di “creare” risorse? Come, inoltre, anche le più consistenti potrebbero riuscire addirittura a programmare nel medio termine la propria crescita socio-economica senza leve per incidere? Insomma come le Regioni potrebbero mai ottimizzare le proprie peculiarità o eccellenze senza disporre di autentici poteri di governo dell’economia e della società?

Quindi per esaltare le diverse capacità delle Regioni la previa riforma istituzionale da affrontare consiste nel modificare la scala dimensionale delle attuali, accorpandole in un numero limitato ed equilibrato di Macroregioni affinché siano in grado di svolgere un ruolo reale nella formazione delle risorse. Ciò fatto, ben venga l’autonomia “differenziata”, dove chi sa creare più filo più tesse e dove viene premiato dai cittadini chi sa meglio tessere.


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