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Asili nido: siamo il fanalino di coda

Ancora una volta è un’Italia spaccata in due quella che emerge dai dati Istat per l'anno educativo 2019/2020 circa il tema dei servizi per l'infanzia.

Considerando la presenza dei cosiddetti nidi (strutture che ospitano bambini da 0 a 2 anni), infatti, il Nord e il Centro hanno raggiunto il target europeo del 33% di copertura mentre il Sud lo segue staccandosi con una percentuale del 14%. Quel target non era una indicazione generica, era un obiettivo da raggiungere entro il 2010, stabilito nel 2002 in sede di Consiglio europeo di Barcellona, a sostegno della conciliazione tra vita familiare e lavorativa e della maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Non si sottrae a questa classifica la Puglia dove l’offerta di asili nido e di servizi integrativi per la prima infanzia, sia nel settore pubblico che in quello privato, vede al primo posto Lecce (una mosca bianca) con il 35,2% di posti ogni 100 abitanti, seguita da Foggia con il 29,3%, Brindisi con il 22,7%, Taranto con 21,3%, Bari con il 16,3% e la Bat con Trani 13,7%, Andria 13,2% e addirittura Barletta con il 7,8%. Questi dati sono invece stati elaborati dalla fondazione Openpolis sempre a seguito di pubblicazione di quelli dell’Istituto superiore di statistica.

Per guardare meglio nel nostro orticello, possiamo dire che gli asili nido di Bari sono 10 dislocati in diverse aree della città da Japigia a San Pio, da Poggiofranco al San Paolo e sono: Villari, La tana del Ghiro, Montessori, Costa, Libertà, Le ali di Michela, An/8, Speranza, Stanic e Paola Labriola. Per l’anno prossimo, le graduatorie sono state pubblica a giugno, i posti disponibili per i “pulcini” suddivisi in piccoli, medi e grandi sono circa 200 in totale. Pochissimi rispetto alla mole di richieste che arriva ogni anno negli uffici comunali se si considera che quelli privati ospitano circa 1200 bambini quindi molti di più di quelli “statali”. Le strutture costano, in media, 5 milioni l’anno, e tra tariffe del servizio a carico delle famiglie e contributo a rimborso dello Stato, nelle casse comunali entrano solo 830.000 euro, meno del 20% dei costi (i dati sono de Il sole 24ore riferiti al periodo 2019/2020). Questo perché per via della solita “spesa storica” le città che hanno più asili nido prendono più contributi, quelli che ne hanno di meno prendono di meno. Presto però, almeno a sentire gli annunci del Comune, saranno attivi subito altri 4 asili nido a Bari con altri 240 posti che si aggiungeranno agli 800 presenti oggi, per arrivare nel 2026 ad otto. La Giunta comunale di Bari ha inoltre approvato un piano da 26 milioni di euro per potenziare l'edilizia scolastica, con lavori relativi ad opere che saranno incluse nel piano triennale delle Opere Pubbliche approvato Consiglio comunale. In particolare si tratta di interventi per i quali il Comune nei mesi scorsi ha perfezionato formale candidatura ai finanziamenti PNRR.

Ma come si compone l’offerta formativa per i più piccoli in generale?

I nidi d’infanzia rappresentano il 78,8% del totale, per bambini da 0 a due anni, poi ci sono le sezioni primavera con il 12,6% per bambini dai 24 ai 36 mesi e si collocano prevalentemente nelle scuole d’infanzia, per finire ci sono i servizi integrativi per la prima infanzia (8,6%), che comprendono tipologie alternative come gli spazi gioco, i centri per bambini e genitori e i servizi educativi in contesto domiciliare.

Per comprendere però meglio l’offerta formativa rivolta ai più piccoli, aiuto indispensabile per conciliare vita e lavoro, occorre contare i nidi in Italia.

Secondo l’Istat al 31 dicembre 2019 risultano registrati sul territorio nazionale 13.834 servizi per la prima infanzia, circa 500 in più rispetto all’anno precedente, con un totale di posti di 361.318, di cui il 50% all’interno di strutture pubbliche, a titolarità dei comuni.

Questi i numeri relativi ai posti. Per analizzare però quante ora i piccoli restano a scuola e quindi quanto permettono ai genitori di lavorare, occorre analizzare i servizi messi a disposizione. Il più importante è la mensa.

Il 35% degli utenti dei nidi usufruisce della refezione nei comuni con meno di 500 abitanti. Nelle città con oltre 100mila residenti il dato supera l'88%. Questo dato è importante perché esiste una ulteriore dicotomia oltre a quella tra nord e sud.

Nei maggiori centri urbani il servizio è più diffuso mentre i comuni delle aree interne, dove la domanda è più debole e dispersa, hanno meno nidi e meno mense. Proprio la Puglia a questo proposito può essere presa come esempio. Nel Foggiano solo il capoluogo e altri 3 comuni (Bovino, Orsara di Puglia, Castelluccio dei Sauri) superano la quota del 20%: di conseguenza la media provinciale è molto più bassa e si attesta al 10%.

Approfondendo solo l'offerta erogata dai comuni, Openpolis ha verificato quanti utenti dei nidi usufruiscono del servizio di refezione. In media si tratta di poco meno dell'80% dei bambini che frequentano i nidi comunali. In due regioni, Lazio ed Emilia Romagna, oltre 9 bambini su 10 usufruiscono anche della refezione. Si rimane al 75% anche in Basilicata, nelle Marche, in Umbria, Toscana e Veneto.

In Puglia penultima regione in classifica, solo il 56,2% dei bambini resta a scuola a tempo pieno usufruendo quindi della mensa. Ultima è solo il Molise con poco più del 46%.

Ma cosa accade nei comuni della Puglia? Come abbiamo detto a Foggia solo il 20% usufruisce della mensa, dato in salita in tutte le altre città capoluogo. A Trani, ad esempio, la percentuale sale al 74%, poi Taranto con il 79%, Bari con quasi l’81%, Andria e Barletta con il 91%, Brindisi e Lecce con il 100%.

In moltissimi piccoli comuni invece la percentuale è pari a 0, quindi o non ci sono nidi con il servizio mensa o nessuno lo richiede. Tra questi, giusto per citarne alcuni ci sono: Terlizzi (Bari), Porto Cesareo (Lecce), Melpignano (Lecce), Carapelle (Foggia), Torricella (Taranto), Rutigliano (Bari), Giovinazzo (Bari), Castellaneta (Taranto) e tanti tanti altri, circa 4968 (sempre dati di Openpolis).

Avere posti a sufficienza negli asili nido non impatta solo sulla conciliazione tra vita familiare e lavorativa. La loro assenza è certamente un ostacolo per la partecipazione delle donne al mondo del lavoro, con conseguenze negative sul reddito delle famiglie se si considera che mandare un bambino in un nido privato costa circa 400 euro al mese. Ma l’asilo nido e soprattutto la scuola primaria hanno anche una valenza formativa indispensabile. Sono infatti il primo luogo di socialità del minore al di fuori della famiglia di origine. L’approccio con l’altro può essere una ghiotta occasione per ridurre le disuguaglianze che ereditano, loro malgrado, i bambini che provengono da contesti svantaggiati. Il confronto tra le diverse famiglie è un arricchimento per tutti perché i bambini sono tutti uguali, non ci sono differenze né sociali né di background culturale tra i piccoli di tre anni, c’è solo una tela bianca su cui costruire il loro futuro e quello di tutti noi.

Sconti sulle mense per chi ha bassi redditi

Per consolare la popolazione barese sul fatto che gli asili nido a Bari sono pochi, almeno per il prossimo anno scolastico, chi ha un reddito inferiore a 30mila euro pagherà molto meno per il servizio di mensa.

Lo sconto, che riguarda tutti le scuole dai nidi alle elementari, è stato approvato dalla giunta comunale grazie ai soldi che provengono dal premio 'Mensa Biologica d’Eccellenza', del Ministero delle Politiche agricole di circa 136.500 euro, che sarà utilizzato quindi per la riduzione delle tariffe.

Il calcolo delle riduzioni è stato applicato su base progressiva. Si parte dalle fasce più deboli della popolazione, e cioè quelle famiglie con Isee inferiore ai 6.000 euro, che potranno usufruire gratuitamente della mensa scolastica. Poi si passa alle famiglie con Isee da 6.000 a 12.000 euro, per loro lo sconto è del 38% (il risparmio annuale può giungere fino a 108 euro), a seguire la fascia di reddito Isee da 12.500 a 19.000 che usufruirà di uno sconto del 19%, poi quelle con reddito fino a 25.000 euro con uno sconto del 10% di sconto ed infine avranno uno sconto del 5% le famiglie dell’ultima fascia, quelle con un reddito fino a 30.000 euro. Tutte le altre continueranno a pagare 5 euro a pasto.

Per usufruirne, i genitori non dovranno fare nulla, l’applicazione della misura sarà operata direttamente dal Comune.

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