Asili nido ecco come siamo messi (male)

La rete degli asili nido come “termometro” dei tanti divari che nutrono la nostra Italia. A cominciare da quello Nord-Sud, passando per quello fra grandi città e piccoli comuni. E questo dovrebbe bastare per considerare il federalismo fiscale non una buona idea, a meno di non voler allargare una forbice già abbastanza ampia. A scattare la fotografia è la fondazione indipendente Openpolis che, analizzando i dati di Sose (Società per il sistema economico del Ministero dell’Economia e delle Finanze), passa in rassegna tutte le fratture (piccole o grandi) che ci sono fra i territori italiani.

E, in questo contesto già parecchio frammentato, Bari e la sua provincia non spiccano. Anzi. Prendendo il 2017 come anno di riferimento, nel nostro capoluogo solo il 6,82% dei bambini di età compresa fra 0 e 2 anni figurava fra gli utenti degli asili nido comunali. Ma c’è un dato che fa riflettere: a Bari, secondo le statistiche, nessuno dei bambini 0-2 anni residenti nel 2017 era utente del servizio di asilo nido affidato dal Comune in gestione esterna privata, con alcuni posti riservati in convenzione. Uno “score” pressoché identico a quello di Napoli, migliore rispetto a quelli desolanti di Catanzaro (il 2.83% di bimbi 0-2 anni frequentava i nidi comunali nel 2017) e Campobasso (percentuale che si attesta al 3.61%). Ma il dato generale pone la nostra città in grave ritardo anche rispetto ad altre realtà del Mezzogiorno: a Salerno, per esempio, il 19.38% dei bimbi fra 0 e 2 anni nel 2017 frequentava gli asili nido comunali (valore che, però, sale al 59.65% se si guarda ai servizi nido privati). Restando in Puglia, meglio di Bari fanno Lecce (l’11.35% di bimbi 0-2 anni era iscritto agli asili nido comunali nel 2017, e il 46% ai servizi nido privati), Taranto (percentuali rispettivamente del 10.34% e dell’8.25%), Brindisi (10.43% per i nidi comunali ma addirittura il 73.87% per i servizi esternalizzati).

Divario che si amplifica ancor più notevolmente se si guarda ai grandi comuni del Centro-Nord: a Milano il 21.1% dei bimbi fra 0 e 2 anni nel 2017 frequentava i nidi comunali (il 22.59% quelli privati, conto sostanzialmente pari), a Roma le percentuali si attestano rispettivamente a 28.84% e 36.31%, a Firenze il conto era del 33% per i nidi comunali e del 38.52% per quelli privati, mentre a Torino il 33% dei bimbi in età neonatale frequentava i nidi comunali e l’1% quelli privati.

Openpolis sottolinea: «In alcune regioni, come Calabria, Marche e Basilicata, in media oltre il 50% degli utenti del servizio comunale lo frequenta in gestione esterna, cioè in nidi a gestione privata, con riserva di posti in convenzione. Mentre in Piemonte e in Liguria sono meno del 20%. Nei comuni di questi due territori, così come in Molise, Puglia, Lombardia, Veneto e Campania, una quota superiore alla media italiana delle regioni a statuto ordinario accede al servizio attraverso voucher».

Un altro elemento utile a marcare una differenza, sottolinea la fondazione che ha condotto lo studio, nell'erogazione del servizio è «La quota di utenti che usufruiscono della refezione. Una modalità più diffusa nei comuni del centro Italia e del nord est, ma molto meno frequente nel mezzogiorno».

E, in questo caso, Bari rappresenta un’eccezione: nel nostro capoluogo, alla data del 2017, ben l’80% dei bambini iscritti agli asili nido usufruiva anche del servizio di refezione. Un fatto che si replica, in verità, in molti dei comuni più grandi (a Lecce si arriva al 100%, a Taranto al 79%, a Reggio Calabria all’83.2%, a Matera al 98%), ma che fa registrare una nettissima differenza con i centri più piccoli e lontani dai capoluoghi. Per restare nella provincia di Bari, a Ruvo di Puglia il dato scende al 41.6%, a Gioia del Colle al 66.6%, a Triggiano al 57.2%, ad Adelfia al 52.63%.

Nel Centro e nel Nord-Est dell’Italia, d’altra parte, l’utilizzo del servizio refezione da parte dei bambini che frequentano gli asili nido è un fatto ormai nella maggior parte dei casi assodato, come testimoniano alcuni esempi esplicativi: è il 100% a Modena, Reggio Emilia, Parma, Milano, Verona e Venezia, il 98% a Bologna, Monza e Rovigo. La questione cambia, invece, nel Nord-Ovest, dove le percentuali di Bari e degli altri capoluoghi del sud sembrano essere migliori: a Torino il 53.73% dei bambini 0-2 anni nel 2017 consumava i pasti in asilo, il 49% a Genova, il 75% a Carrara.

«Questo quadro, che segnala gap molto ampi tra i comuni, è frutto anche di differenze stratificate nel tempo – rimarca lo studio di Openpolis. In alcune aree del paese lo sviluppo della rete di asili nido e dei servizi per la prima infanzia è stato avviato decenni fa, con esperienze didattiche anche pionieristiche. In altre invece l'estensione dei servizi prima infanzia è stata storicamente limitata».

L’altro aspetto molto importante è, infine, quello relativo alla differenza fra la spesa storica e la spesa standard di ogni comune. Openpolis spiega così la situazione di un’Italia che, da questo punto di vista, appare assai omogenea nella sua arretratezza: «L'82,4% dei comuni italiani ha una spesa storica inferiore a quella standard. Significa che la larghissima maggioranza degli enti spende meno di quanto ci si potrebbe attendere in base alle caratteristiche demografiche, sociali e territoriali».

Parlando di spesa storica minore di quella standard, e quindi di comuni assai poco virtuosi, Bari è ai primi posti della ingloriosa classifica: 14,21 euro per la spesa storica pro capite, 19,97 euro per la spesa standard pro capite.

Ci possiamo “consolare” pensando a chi fa peggio, come Matera (1,88 euro di spesa storica pro capite, 28,92 euro di spesa standard pro capite) o Lecce (14,93 euro di spesa storica pro capite, 21,46 euro di spesa standard pro capite), ma per crescere bisogna guardare a modelli decisamente più edificanti.

A Milano, una città virtuosa, la spesa storica pro capite è di 65,39 euro, mentre quella standard è 53,52 euro pro capite. E Bari sfigura anche a confronto con alcuni “vicini di casa”: a Foggia la spesa storica pro capite è di 29,83 euro e quella standard pro capite di 9,07 euro, a Barletta la spesa storica pro capite è di 22,10 euro e quella standard pro capite di 7,16 euro, a Brindisi si spende storicamente 25,04 euro pro capite, mentre la spesa standard pro capite è di 18,18 euro. Napoli, il più grande capoluogo del Mezzogiorno, praticamente fa almeno un paio di volte meglio di Bari: 48,67 euro di spesa storica pro capite, 21,90 euro di spesa standard pro capite.


Il Governo aumenta il fondi di solidarietà

Con la legge di bilancio 2021 è stato aumentato il fondo di solidarietà comunale per lo sviluppo dei servizi sociali e dei nidi. "Un incremento - sottolinea Openpolis - che a regime vale 300 milioni di euro all'anno per l'estensione degli asili su tutto il territorio nazionale".

Per il 2022 si prevede di destinare ai comuni delle regioni a statuto ordinario, della Sicilia e della Sardegna, le risorse per incrementare il numero di posti disponibili negli asili nido, fino a raggiungere nel 2027 il livello minimo garantito del 33% di posti (incluso il servizio privato) per ciascun comune o bacino territoriale, in rapporto alla popolazione di età compresa tra i 3 e i 36 mesi.


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