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"Anche il Covid ha fatto il gioco dei terroristi"

La pandemia ha concentrato l'attenzione, ma le organizzazioni criminali non hanno smesso di operare dietro le quinte. Il punto sulla situazione conla professoressa Laura Sabrina Martucci, direttrice di un Master nella nostra Università


Negli ultimi anni si sono celebrati oltre 40 processi a carico di altrettanti terroristi in Italia. Segno che quel fenomeno che per la prima volta ha colpito l’Europa nel 2015, non è mai scomparso. È cambiato, questo sì. È cambiato il linguaggio ma è lì, cresce e si prepara a chiamare a raccolta sempre più “soldati” pronti a eseguire ordini in nome di Allah. L’emergenza pandemica ha rallentato l’attenzione mediatica verso il terrorismo ma non ne ha cambiato la forza e la capacità di insediarsi. Epolis week ne ha parlato con la professoressa Laura Sabrina Martucci del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Aldo Moro di Bari, direttrice del master di II livello in Terrorismo, prevenzione della radicalizzazione eversiva, sicurezza e cybersecurity.

Tra Pandemia e nuove minacce, come è cambiato negli ultimi anni il fenomeno terroristico in Europa?

La pandemia ha contribuito a distrarre mediaticamente dal fenomeno. Per due anni il Covid ha avuto un ruolo prioritario. In realtà chi ha continuato ad occuparsi di terrorismo si è reso conto delle sue grandi capacità camaleontiche. La letteratura degli anni scorsi racconta come nei momenti in cui la pandemia ha raggiunto alti livelli di pericolosità, l’invito da parte delle organizzazioni jihadiste, era quello di fare da untori. La pandemia, in sostanza, è stata raccontata come un castigo per i non credenti.

Durante la pandemia le organizzazioni jihadiste come si sono organizzate e come hanno sfruttato l’emergenza per operare?

La diffusione del virus ha avuto impatti economici, sociali e psicologici deleteri, aumentando a dismisura quelle condizioni di vulnerabilità su cui il jihadismo specula. La resilienza delle organizzazioni jihadiste, infatti, è legata indissolubilmente alla capacità di intercettare il malcontento popolare e il disagio individuale. In questo senso, la propaganda e la comunicazione rappresentano la “rete” con cui al-Qaeda e ISIS pescano nel bacino di soggetti e comunità a rischio. Inoltre, non bisogna sottovalutare il fatto che, proprio nei momenti di maggiore difficoltà, la propaganda diventa lo strumento con cui il jihadismo globale rivendica la sua sopravvivenza, cerca di tenere compatti i ranghi dei miliziani ed investe sul rafforzamento dell’identità collettiva dei radicalizzati. Tale correlazione funzionale tra resilienza, propaganda e opportunità di reclutamento e radicalizzazione emerge prepotentemente nell’era della pandemia di Covid-19. Abbiamo notato come negli anni di emergenza pandemica, la diffusione virale dei messaggi sia cresciuta anche se ne è stata compromessa la qualità. A cambiare è stato anche l’approccio: mentre negli anni precedenti ha prevalso l’utilizzo distorto della religione per convincere al martirio, ai tempi del covid i messaggi diffusi sono stati più legati a discorsi sull’emergenza umanitaria, sulla garanzia di un sostegno economico e sociale. Insomma, i messaggi sono stati più politici che religiosi. Ecco dimostrate le capacità camaleontiche delle organizzazioni terroristiche. Rispondono alla necessità delle fasce deboli. Ci sorprende quanto in questo senso siano comparabili alla criminalità organizzata. Da uno studio condotto sulla revisione della c.d. Convenzione di Palermo, è stato prodotto un documento ufficiale che evidenzia prorio la necessità di una nuova spinta di armonizzazione legislativa per affrontare la sovrapposizione tra terrorismo e criminalità internazionali. Crimini che per i jihadisti si traducono principalmente in riciclaggio di danaro proveniente oltre che dalle consuete fonti, droga, armi, dal traffico di organi ed esseri umani.

Ve ne è prova?

Assolutamente sì. Basti raccontare che nel periodo precedente al Covid, è emerso come a Raqqa, sede dello Stato Islamico, una Fatwa che imponeva ai medici di espiantare organi, per la commercializzazione finalizzata al sostentamento economico di IS. Dodici medici che si sono rifiutati di farlo sono stati ritrovati in una fosse comune. Hanno disobbedito e hanno pagato con la morte.

Qual è a suo avviso la più grande minaccia in questo momento?

La più grande minaccia, in questo momento, proviene dall’Africa dove si stanno riorganizzando diverse cellule terroristiche. Il Mali, per esempio, che vive una grande crisi socio(-tribale) potrebbe diventare sede per un nuovo proto-stato islamista, un nuovo califfato terroristico. Questo perché, come già detto, in contesti di “caos” e forte emergenza umanitaria, di “fame” le organizzazioni terroristiche trovano terreno fertile per insediarsi e per ottenere consensi. Si tratta di territori dove scoppiano sommosse anche per un pozzo d’acqua, carente praticamente ovunque. In questo contesto queste organizzazioni che hanno disponibilità economiche riescono a dare risposte immediate ai bisogni primari delle popolazioni e ad acquisire quindi potere. Non dobbiamo mai dimenticare che per dare una lettura completa al fenomeno terrorismo dobbiamo sapere leggere i problemi nelle dimensioni macro dalla geopolitica alla geo economia fino alla geo-religione. Questo è un fenomeno che va letto nella sua complessità.

Professoressa anche se non se ne parla, occorre spiegare, quanto le istituzioni italiane stanno lavorando per combattere il terrorismo?

Io credo che 40 processi, chiusi e in corso, per terrorismo nel nostro paese, dimostrino - tanto per cominciare - quanto sia efficiente il controllo del territorio e il lavoro delle Forze dell’ordine e delle Procure. È vero che abbiamo una storia di terrorismo interno che ci consente di essere più preparati. Ma c’è anche un’altra verità: questo è un paese dove funziona l’integrazione. Senza dimenticare che molti centri islamici nati nel nostro paese sono una fonte inesauribile di collaborazione. In questo momento l’attenzione è massima anche se noi non la percepiamo. C’è solo una scarsa attenzione mediatica ai fenomeni terroristici. Pensiamo ad uno degli ultimi sanguinari attentati rivendicati da IS in Iran, o all’ultimo attentato terroristico, in ordine di tempo, a fine ottobre in Turchia. L’attenzione è stata bassa rispetto a quella che c’era in passato. Stiamo maturando una resilienza a queste notizie? Chi se ne deve occupare, invece, lo fa sempre con maggiore preparazione, ve lo assicuro.

Terrorismo e immigrazione. Esiste un collegamento tra questi due fenomeni?

Occorre capirsi su un punto: un terrorista può arrivare nel nostro paese anche in giacca e cravatta e non necessariamente sui barconi di fortuna. Oggi il terrorismo che colpisce l’Europa è fatto essenzialmente di lupi solitari e tale almeno per la maggior parte rimane la minaccia più alta. Stiamo assistendo alla diffusione del terrorismo “stocastico”, gestito da leader con grandi capacità di convincimento che resta sempre in anonimato. E’ una metodologia di radicalizzazione eversiva maturata attraverso condizionamento psicologico, di solito mediatico, per la quale il terrorista stocastico non è colui che copie l’attentato, ma chi induce all’atto terroristico; non partecipa né delinea i particolari dell’atto eversivo, ma aziona strategie di istigazione ideologica che, attraverso un uso subdolo e mirato della retorica jihadista, porteranno «prima o poi, probabilmente, forse … all’azione di un lupo solitario". Alla fine, chi compie l’atto terroristico non sa neanche chi lo ha realmente spinto al gesto. Ecco perché davanti alla diffusione di questi fenomeni, non sappiamo più se davvero l’emigrazione può avere un ruolo decisivo nella diffusione dei terroristi. Un italiano, un francese: chiunque oggi, nell’idea di un terrorismo individuale, può diventare un terrorista. Ciò non toglie che nei fiumi di gente che migrano possano passare anche dei terroristi, ma non è assiomatico.

Donne e bambini. Come vengono utilizzate dalle organizzazioni terroristiche?

Possiamo decisamente parlare di una emergenza in questo senso. In Siria e in Turchia ci sono dei veri e propri campi di detenzioni, pensiamo solo ad Al Holl, dove ci sono situazioni drammatiche. Ci sono bambini nati lì che vengono educati a diventare futuri terroristi. Conoscono solo l’odio per l’occidente, la guerra e la violenza. Le bambine diventeranno piccole spose. Sono bambini nati da violenza sulle madri o figli di donne che hanno lasciato l’Europa per rispondere alla “chiamata” dello Stato islamico che ha attirato con l’inganno donne e uomini da tutto il mondo, anche dall’Europa. A luglio scorso la Francia ha rimpatriato 36 bambini e 16 donne che vivevano nei campi di detenzione in Siria per persone che hanno o avevano legami con i gruppi jihadisti. Si tratta di persone radicalizzate sulle quali sarà necessario svolgere un lungo lavoro. Lo stesso che dovremo fare in Italia quando i terroristi condannati, ancora radicalizzati, usciranno dal carcere per fine pena.

Cosa intende?

L’analisi giuridica arriva un po’ in ritardo ad occuparsi del fenomeno della radicalizzazione. C’è un vuoto normativo, a riguardo. Bisogna, tuttavia, tenere presente che quando si parla di questo fenomeno, e degli aspetti correlati, altrettanto fondamentali, oltre alla sicurezza, c’è da tenere presente la tutela dei diritti e la loro eventuale violazione. Il terrorismo non ha religione. Ma è l’uso distorto che si fa della religione che porta, può portare al terrorismo. Noi non dobbiamo cadere nella trappola della polarizzazione sociale contro l’Islam. Inoltre, quando parliamo di radicalizzazione, non parliamo di un reato rubricato, la radicalizzazione è però un presupposto delle condotte terroristiche, ormai è chiaro anche in giurisprudenza. Come dicevo, non c’è una legge sulla prevenzione della radicalizzazione. Tuttavia, il nostro sistema può già intervenire in tal senso attraverso applicazione di misure di prevenzione personali. Grazie, alla attività di monitoraggio sul territorio, alla attività delle procure e dei tribunali si possono attivare misure concrete di contenimento della pericolosità sociale dei soggetti radicalizzati. Ecco, a mancare è sicuramente un’azione congiunta o uniforme in questo senso. Sarebbe, a mio avviso, fondamentale.

In un convegno a bari studiosi a confronto

La crisi umanitaria, il fenomeno dell’immigrazione e i numerosi arresti quotidiani sono lo scenario attuale ed emergenziale che sta interessando il nostro Paese a livello nazionale ed internazionale. Sono stati questi i temi trattati in un convegno che si è tenuto all'università di Bari, dedicato al terrorismo che si è tenuto lo scorso 30 novembre.

Cariche politiche estere, alti esponenti militari e dell’Università di Bari con la moderatrice e coordinatrice del Master professoressa Sabrina Martucci, dono stati coinvolti nell’analisi del fenomeno fino a giungere alla consapevolezza del problema. Il seminario ha esaminato le implicazioni per la sicurezza associate alla tratta di esseri umani dove le donne rifugiate svolgono un ruolo centrale. L'evento è stato organizzato in collaborazione con esponenti dell’Unione delle Università del Mediterraneo (UNIMED),Membri dell'Assemblea Parlamentare del Mediterraneo (PAM) e FemWise Africa che hanno partecipato attivamente al workshop.

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