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Ai nostri vecchi si deve dare più rispetto

Capita che dopo più di due anni dall'inizio della pandemia, ci si ritrovi a non poter assistere i propri anziani bisognosi di affetto, di vicinanza oltre che di medicine e di supporto sanitario. E se veder soffrire e morire in solitudine i propri cari nei primi mesi di pandemia era già emotivamente inaccettabile ma comprensibile, perché si lottava contro un mostro di cui non si conoscevano i reali connotati, oggi, in un tempo in cui il virus della Sars 2 ha svelato gran parte delle sue caratteristiche e, soprattutto, ha variato la violenza della sua aggressività, diventa inaccettabile.

E ci si ritrova a fare i conti con le chiacchierate RSA, che durante i mesi estivi inibiscono le visite agli ospiti anziani e in difficoltà, in nome di focolai che, guarda caso, sono scoppiati nel mese estivo più richiesto per la concessione delle ferie. Ci si ritrova a fare i conti con i diversi reparti degli ospedali, in cui l'accesso è permesso per un'ora al giorno, quasi che la vicinanza emotiva, la "cura" del malato improvvisamente fosse rivolta solo a ferite e dolori fisici con buona pace delle migliaia di lavori scientifici sul ruolo dell'emotività. Ancora una volta, quindi, costretti a fronteggiare e, ahimè, a sopportare l'ennesima pessima gestione della sanità nella nostra Regione. E se ufficialmente vengono emanate direttive che riaprono definitivamente le porte degli ospedali e delle RSA alle visite dei pazienti/ospiti, contemporaneamente si concede loro la possibilità di inibire le stesse ogni qualvolta il direttore sanitario lo considera necessario. È evidente che una procedura del genere risulti ad una prima lettura del tutto razionale e logica. Ma è davvero così? Come mai allora in altre regioni, per esempio l'Emilia Romagna, l'organizzazione sanitaria prevede il pieno accesso dei familiari nei reparti non Covid, ovviamente regolamentato da comportamenti che assicurino la sicurezza sanitaria e, anche per i reparti Covid, le direzioni sanitarie sono riuscite ad individuare modalità che permettano le visite e la permanenza di fianco ai propri cari?

Le conclusioni sono veramente amare e toccano i diversi aspetti dell'essere cittadini e uomini di questa terra.

Duole, infatti, continuare a constatare l'incapacità organizzativa che caratterizza il nostro Sud, e la Puglia, tanto pubblicizzata nelle varie narrazioni mediatiche quale eccezione positiva tra le regioni meridionali, evidentemente spiccherà per il meno peggio ma non certo come esempio di "civiltà" e di progresso. Perché di civiltà si tratta quando si decide di non investire in medici ed infermieri, quando si decide di attribuire ruoli decisionali a chi nel migliore dei casi non ha le competenze, ma può servire alla causa del proprio orticello, quando si decide di applicare il laissez faire, laissez passer non per liberare le attività economiche da vincoli burocratici insostenibili, ma per dare a chiunque eserciti un'attività pubblica di rilievo la possibilità di fare quello che vuole, in barba ai bisogni reali dei cittadini e della comunità in cui si trovano a vivere.

Succede, quindi, che anche l'azione più ordinaria e più profondamente umana, che è quella di avere un conforto nel momento di maggiore fragilità psicofisica, diventa un percorso ad ostacoli che si conclude con un porta serrata ed impenetrabile.

E in un tempo in cui non c'è attività sociale che non punti sull'importanza delle relazioni, della condivisione, del sostegno reciproco quali elementi fondanti di un essere umano, si assiste inermi all'abbandono dei propri vecchi a cui vengono sottratti gli occhi per guardare, le braccia che li sostengono, le gambe che li accompagnano dei loro figli, dei loro cari più prossimi.

Sarebbe stato sicuramente più corretto usare il termine anziani, viviamo in un mondo in cui il politically correct ha condizionato completamente non soltanto il nostro linguaggio, ma anche i nostri pensieri. E a furia di condizionare abbiamo smesso di dare il giusto valore alle cose e di vederle le cose per quelle che sono veramente. Per cui un anziano che ha superato gli 80 anni diventa un vecchio quando è chiuso in una clinica con un numero che identifica i suoi abiti, i suoi asciugamani, persino le sue mutande e gli è negata la ragione per cui ha vissuto l'intera sua vita e che è diventata carne della sua carne e sangue del suo sangue.

E se improvvisamente squilla, un pomeriggio, il telefono e viene comunicata la dipartita di quell'anima di Dio condannata alla solitudine, si scopre che è persino impossibile sapere l'ora, almeno orientativa, del decesso, perché "l'ultima volta che qualcuno è passato dalla sua stanza è stata in mattinata e noi lo abbiamo trovato senza vita al giro della merenda "!

Sorge spontaneo un moto di rabbia che grida giustizia, perché se il progresso ha permesso ai nostri "anziani" di vivere più a lungo, non è possibile che l'inefficienza di un sistema clientelare li riduca a vecchi da incasellare nei ritmi di un calendario giornaliero scandito da veglia, cibo, sonno, giorno dopo giorno, riducendo i giorni di sofferenza ed agonia ad un supplizio in cui anche la morte "va faticata".

Sappiano i ns politici, che la delusione esasperata di chi ha sempre, strenuamente combattuto per quello in cui crede diventa, prima o poi, voce nel deserto, ma non per perdersi tra le dune sabbiose, bensì per squarciare il silenzio e mostrare orizzonti e terra nuovi.


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