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Acqua, cultura e turismo: lo storytelling ha stufato

In un libro del 1985, scritto con il compianto senatore Antonio Mari, osservai come fin dalla Liberazione si affermò una scelta di irrigazione in “due tempi” (il secondo in realtà non è più venuto): prima attrezzare per l’acqua le aree vocate, poi pensare al resto.

Questo è il motivo per cui le grandi progettazioni irrigue e gli interventi di tipo privato (emungimenti delle falde) si sono concentrati nelle aree di pianura della Puglia (Tavoliere in primo luogo, ma anche la dorsale barese e parti del Salento), mentre sostanzialmente la grande progettazione pubblica non ha fatto significativi progressi nelle aree finora trascurate e la trivellazione delle falde da parte dei privati è continuata ad andare avanti in modo caotico.

Su un altro versante, quello dell’acqua per uso potabile, la situazione si è trascinata senza apprezzabili avanzamenti dopo la possente progettazione di avvio della rete dell’Acquedotto Pugliese: vaste aree, per lo più interne, sono tuttora prive di acqua potabile e più in generale le perdite causate da condutture obsolete continuano ad essere protagoniste, con incalcolabile spreco di risorse che oggi, come sappiamo, divengono sempre più preziose per l’avanzare della siccità.

Il quadro generale riguardante l’acqua, risorsa preziosissima, non è dunque dei migliori, qui in Puglia: è uno degli esempi che misurano l’enorme distanza che c’è fra lo “storytelling” sulla Puglia “felix” e la realtà. Direi anzi che questa divaricazione fra chiacchiere e realtà dei fatti è la più feconda ed appropriata chiave con cui precedere ad interpretare il Sud, la nostra Puglia (e quindi le nostre città e quelle che pomposamente chiamiamo anche “conurbazioni metropolitane”).

Ad esempio c’è uno “storytelling”, molto forte e anzi violento, in campo culturale ed educazionale. Attorno ad esso si sono coagulati consistenti interessi finanziari ma anche “politici” (con la p minuscola): è per questo che è, appunto, forte e addirittura violento. Questo “storytelling” incide molto sulla élite pensante, coloro che chiamiamo “ceti intellettuali”, stimolando purtroppo forme di cattiva coscienza e conseguentemente di vera e propria cecità nel valutare i fatti. È tutto l’armamentario messo su negli ultimi due decenni che, invece, bisognerebbe mettere radicalmente in discussione, relativo alle forme della promozione e della trasmissione della cultura, ormai banalizzate in termini di eventistica effimera e priva di effetti concreti. Assistiamo a proclamazione di capitali della cultura, festival, rassegne, eventi inutili ed anzi controproducenti per il fatto che producono in cambio il nulla assoluto: e intanto i ceti “politici” (si fa per dire…) che li sostengono prosperano in un bailamme di aria fritta.

Gli “storytelling” non sono solo questi, purtroppo. Il turismo è un altro esempio macroscopico. Porvi fine è difficile (non c’è riuscita neppure la pandemia), ma sempre più necessario.




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