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È sempre San Nicola a trasportarci nel clima natalizio

Il Natale ormai alle porte ci impone un pensiero alle antiche tradizioni baresi, non solo a quelle gastronomiche e folkloristiche ma a quelle anche più propriamente spirituali e legate al culto religioso. Bari è città dal forte impianto tradizionale, di sicura ispirazione cattolica. La perfetta e profonda antropologia barese, come in tante parti del Sud, rimanda a riti ancora oggi partecipati in quanto collante identitario. E Bari, appunto, non sfugge. A partire dal suo, nostro, san Nicola, sentito a livello popolare come portatore di doni.


Una tradizione, questa, che se proprio a Bari va perdendosi, in alcuni paesi della provincia (Molfetta e Terlizzi) resiste. San Nicola di Bari, in realtà come noto vescovo di Mira (nell’attuale Turchia), non solo è il santo patrono dei fanciulli, degli scolari, dei marinai, delle donne in età da marito, addirittura anche degli assassini (pentiti) e di molto altro. Non solo, inoltre, è tra i santi più venerati dell’intero pianeta. Non solo - la chiudiamo qui ma potremmo continuare - è perfino il santo più raffigurato al mondo, esclusi i cosiddetti “santi biblici”, cioè evangelisti, figure del Vecchio e Nuovo Testamento et similia. Oltre a tutto questo, infatti, il santo vescovo, che si celebra il 6 dicembre (da noi poi chiaramente anche a maggio, con la festa vera e propria), santo ‘barese’ dal lontano 1087, è anche la personalità religiosa e cristiana dietro cui si celerebbero -pensate un po’- l’icona, la stazza e la figura di Babbo Natale, l’uomo immaginario decisamente più amato dai bambini. E poi portatore dei doni natalizi, il ‘robusto’ e simpatico personaggio che, non si sa come, ama intrufolarsi tra camini ed anfratti, anche minuscoli, mangiando in ogni casa mandarini ed arance in quantità industriale.


Ma quando e perché da san Nicola si è passati a Babbo Natale? Più della fede o della tradizione di ispirazione comunque religiosa non avrà forse potuto agire, più incisivamente, con pervicace e pervasiva influenza, l’aspetto meramente commerciale? Ed infatti fu proprio una operazione di questo tipo a far assurgere il santo al ruolo di cui si è detto. Autrice del (mis?) fatto la bevanda forse più famosa del mondo, nota per il suo gusto e la sua frizzantezza: quella Coca Cola la cui notorietà ed il suo consumo appaiono tali da poter unanimemente riconoscere al marchio l’incontestabile icona pop che è, simbolo anche sociologico della contemporaneità. In questa storia entra a gamba tesa san Nicola, ovviamente con la voluta sovrapposizione commerciale a cui si è fatto appena ora cenno. Il tutto accadde nel 1931, quando la Coca introdusse la figura, diciamo pure, amichevole e spassosa di Babbo Natale, grazie all’inventiva dell’illustratore Haddon Sundblom, appunto in occasione del Natale. Dal 1931 al 1964 Sundblom ha ininterrottamente creato le campagne della bevanda, sempre con immagini ispirate a san Nicola sotto le vesti di Babbo Natale. Veniamo ad altri aspetti del Natale religioso barese. E il presepe? Sentitissimo. Abbonda l'uso del sughero. Scrive Michele Cassano in una ricerca sul tema: "Sughero a non finire. La costruzione barese abbonda di questo morbido elemento utilizzato per costruire la grotta e la vecchia Betlemme. Dal contadino o dall’amico fruttivendolo si fanno arrivare, poi, arboscelli di lauro o di pino e rami di aranci e mandarini. Un tempo, con questi profumati frutti si facevano gli addobbi per decorare la casa e il presepe insieme alle noci secche (svuotate dal gheriglio) e coperte da carta stagnola argentata. Davanti alla grotta, candele e stelle filanti e muschio raccolto sui tetti delle terrazze, o dalle campagne vicine, per far nascere Gesù in un divino e silente prato verde". Un Natale che partiva e parte ancora da lontano, con la novena di preparazione che comincia il 16 dicembre in tutte le chiese baresi. Tutte funzioni che una volta "si svolgevano di buon ora per consentire ai contadini, agli artigiani e ai commercianti di poter iniziare per tempo il loro lavoro quotidiano". È ancora Cassano a parlare. Si è citata poi la grotta della Natività.


Ebbene, forse pochi sanno che, fino a non tantissimi anni fa, era comune, nelle case dei baresi, cambiare la statuina del piccolo Gesù in fasce per sostituirlo con il cosiddetto Bambino della Strenna, un Gesù più grandicello, con una tunica lunga, seguendo -dicono gli storici e gli specialisti sul tema- la tradizione bizantina. Il cambio avveniva esattamente a Capodanno. Chiara la metafora: l'anno nuovo doveva portare bene e quella modifica ne era il chiaro e ben augurante simbolo. Poi, all’Epifania, ecco che il Bambino della Strenna veniva nuovamente messo da parte e riprendeva il suo posto, nella mangiatoia, Gesù in fasce, in attesa del prossimo arrivo dei re Magi che gli avrebbero presto portarto oro, incenso e mirra. Il presepe, di solito, si toglieva il giorno dopo la festività del Battesimo di Gesù. Qualcuno ancora oggi, rispettando l’antica pia tradizione, lo rimuove addirittura il 2 febbraio, dopo la messa della presentazione di Gesù al tempio (popolarmente nota come la Candelora).


Il valore del presepe è da anni al centro delle predicazioni natalizie di papa Francesco. "Vi invito a pregare, davanti al presepio, perché il Natale del Signore porti un raggio di pace ai bambini del mondo intero, specialmente a quelli costretti a vivere i giorni terribili e bui della guerra", ha detto il pontefice nella preghiera dell'Angelus di domenica 11 dicembre. “Ridatemi tutti i Natali perduti e conservatemi l’acre profumo della buccia d’arancia nel tormento del fuoco e l’odore del vin cotto”. Si espresse così una volta Michele Campione (1928-2003), indimenticato cantore della baresità, giornalista e scrittore, noto anche come critico d'arte. Ma sul Natale a Bari hanno scritto in tanti: Pasquale Sorrenti, Vito Maurogiovanni, Vito Antonio Melchiorre, Alfredo Giovine, Franco Sorrentino ed altri. Le storie del Natale cittadino, insieme ad altre tradizioni, riconsegnano forse a Bari quella necessaria aria antica o, se si vuole, anche di 'paese', utile a tracciare un percorso avvertito come comunitario. Venendo invece a fenomeni più legati al costume o al turismo, negli ultimi anni Bari sta ritrovando la tradizione dei banchetti: i mercatini, tipiche casette in legno addobbate secondo le storie natalizie, abbellite con giochi di luce e musica diffusa. "Souvenir, addobbi, musiche e bancarelle stracolme di oggetti di ogni tipo e stand enogastronomici attirano l’attenzione di grandi e piccoli e sono una occasione per pensare ai regali gustando i prodotti tipici pugliesi". Così in una brochure diffusa anni fa dall'amministrazione regionale della Puglia.

Bari e i frutti di mare: che ci fa il capitone?

Bari è il suo mare, anche quando fa freddo. Bari è il suo colore blu, anche quando tutto attorno è tinto festivamente di rosso. Bari è gastronomia che non dimentica la geografia. Questo accade anche a Natale, quando il mare la fa da autentico padrone. Ed ecco che il cenone natalizio, quello del 24 sera, la magica vigilia in attesa del giorno del Salvatore, è consacrato alle tradizioni marine. Aspetto che caratterizzerà, c'è da dire, tutta la mitica tre giorni, dal 24 sera al 26, Santo Stefano. Ma eccolo, il capitone! Autentica nostra specialità. Come sia 'arrivato' a Bari è un mezzo mistero, giacché è un pesce che non può certo nascere qui, considerato che è di acqua dolce e Bari, come noto, ha il mare ma non i laghi. Li ha però il foggiano: quelli di Lesina e Varano. Anche da qui giunge così il capitone. E buon appetito!

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