È il Mezzogiorno la soluzione ai problemi del Paese"


Diciamolo chiaramente: i meridionali hanno una marcia in più. E diciamolo con fierezza, senza il timore di fare l’apologia di noi stessi o di risultare presuntosi e con la puzza al naso. Niente di tutto questo, perché la tesi è ampiamente testimoniata dai fatti. Ovvero da quanto il giornalista e scrittore Lino Patruno ha ricostruito nel suo ultimo libro: “Imparate dal Sud” (edizioni Magenes, 372 pagine, 16 €). Un titolo che la dice lunga su come stanno le cose e che va al di là dello stereotipo del Mezzogiorno col cappello in mano in cerca di una elemosina che spesso nel corso della storia è rimasta tale.

Nel libro Patruno racconta le eccellenze del Sud, attraverso una ricerca che egli stesso definisce “accanita”, scoprendo e descrivendo un Sud diverso con primati misconosciuti ed eccellenze di sorprendente ed orgogliosa rilevanza.

Con l’autore abbiamo affrontato le tematiche riportate nel volume, ma anche cercato di capire perché mai alle parole in favore di un Mezzogiorno da sviluppare, non seguono mai fatti concreti.

Il titolo del libro, e conseguentemente il contenuto, è una provocazione o può essere “letto” anche come una sorta di atto d’accusa?

“L’una e l’altro. Imparare dal Sud perché è incredibile ciò che il Sud produce, e non solo, con mezzi a disposizione dimezzati rispetto al resto del Paese. Soprattutto infrastrutture e servizi, fondamentali per qualsiasi economia. E non è questa una lezione di sviluppo, visto che l’Italia non riesce mai ad avere incrementi di prodotto lordo superiori allo zero virgola qualcosa? E la domanda è: cosa sarebbe questa Italia se anche il Sud avesse infrastrutture e servizi all’altezza. E che non ha perché ogni anno vengono sottratti al Sud 61 miliardi di spesa pubblica in investimenti che vanno al Centro Nord. Non lo dico io, lo dicono i Conti pubblici territoriali del ministero dell’economia. Sì, questo libro, per le cose che dice, è proprio una scocciatura”.

Qual è il motivo della fronda verso il Sud, al di là della letteratura storica che lo racconta?

“Una politica nazionale priva di equità. Frutto soprattutto dell’imbroglio del federalismo fiscale. Grazie al quale i governi continuano a spendere in base alla spesa storica: si è speso sempre più al Centro Nord e così si continua a fare. Questo aumenta il divario invece di ridurlo. E dal 2009, quando il federalismo fiscale fu completato, questo sistema non è cambiato pur se la legge lo preveda. Così l’Eurispes ha calcolato che in 17 anni sono stati sottratti al Sud 840 miliardi. È possibile nello stesso Paese? È assurdo che il Sud continui ad essere, a 161 anni dall’unità d’Italia, il territorio col più ampio e duraturo divario d’Europa”.

“Fare il più col meno” è una sorta di sintesi del libro. Ma come riusciamo a essere spesso migliori pur non avendo i mezzi per poterlo (teoricamente) essere?

“Ecco, come? Con quelle qualità e quelle capacità umane che ci riconoscono tutti solo quando andiamo al Nord. Quando, di fronte a un meridionale che funziona, dicono “ah, tu non sembri meridionale”, come se il meridionale dovesse a tutti i costi essere brutto, sporco e cattivo. Perché è stato un premio Nobel, il sociologo indiano Amartia Sen, a dire che l’uomo è figlio del suo contesto, di quello in cui vive. Eppure, pur essendo il contesto del Sud penalizzato come sappiamo, i meridionali sono capaci di quell’insieme di meraviglie che descrivo nel libro. Eppure abbiamo un Sud supertecnologico che anche molti meridionali non conoscono. Eppure il Sud è più sviluppato di molti Paesi europei. Eppure il Sud esporta nel 91% dei Paesi del mondo. Eppure il tesoro agricolo del Mezzogiorno è primo in Europa. Talento, sacrificio, capacità di resistenza nelle condizioni peggiori. Figuriamoci se ci fosse equità di condizioni di partenza”.

C’è chi sostiene che siccome nel Nord Italia vivono più persone che nel Mezzogiorno è giusto che abbiano più risorse. Ma è solo un discorso di percentuali?

“Ciò che conta è la spesa pro-capite dello Stato. Per ogni meridionale lo Stato spende 4 mila euro in meno all’anno che per un cittadino del Centro Nord. Perché? Perché i bambini del Nord devono avere più asili nido pubblici di quelli del Sud? Perché il Nord deve avere l’alta velocità ferroviaria e il Sud no? Perché le università devono essere più finanziate al Nord che al Sud? Perché un vecchio del Sud deve morire prima perché si dà più sanità a quelli del resto del Paese? Qualcuno ha risposte a questi perché? E questo vorrebbe dire essere assistiti come la propaganda e il pregiudizio antimeridionale dicono?”.

Il PNRR sembra la panacea di tutti i mali. In realtà doveva essere in gran parte destinato al Sud, ma già è abbastanza chiaro che non sarà così…

“L’Europa ha dato all’Italia col Recovery Fund la quota più alta fra i suoi Paesi. E l’ha data proprio perché l’Italia ha una diseguaglianza verso il Sud non più tollerabile. Se non ci fosse stato il Sud non sarebbero mai arrivati 191 miliardi. Quindi, in base agli stessi parametri europei, al Sud doveva spettare il 75% di quel fondo, non solo il 40. Il fatto è che, di quel 40%, al momento solo poco più del 20% è direttamente attribuibile al Sud, dove non è stato ancora aperto un cantiere. Il sospetto di una beffa non è soltanto un sospetto”.

Il Sud ha un problema strutturale nel suo apparato burocratico-amministrativo: ad esempio con una quasi cronica incapacità di sfruttare le risorse, nazionali ed europee in particolare. Perché?

“Anche su questo bisogna fare chiarezza. I fondi europei non si sono mai aggiunti alla spesa dello Stato come deve essere, ma l’hanno sostituita: quindi non sono stati alcun vantaggio. Poi, per qualsiasi progetto, ai fondi europei deve aggiungersi una quota del 50% dello Stato: solo raramente avvenuto. Poi un’opera pubblica con i fondi europei viene conclusa in Italia in tempi molto più lunghi di quelli richiesti dall’Europa. Tutto questo comporta una difficoltà di spendere. Ma ogni cifra dice che non è mai stato restituito un euro di quei fondi all’Europa, altro che. E quanto all’apparato burocratico-amministrativo, lei conosce qualcosa di meglio in Italia?”.

Sono anni che lamentiamo la fuga dei cervelli verso il settentrione d’Italia o l’estero. Che cosa si dovrebbe fare per trattenere i nostri ragazzi e far crescere il Sud?

“Si va via non perché le università del Sud siano peggiori, ma perché è più povero il territorio, perché tutte le discriminazioni delle quali ho parlato fanno mancare il lavoro. Date al Sud equità, e poi vediamo. Comunque dall’Italia fuggono anche 100 mila giovani all’anno, e sono soprattutto settentrionali. L’Italia è tutto un problema che al Sud è più grave”.

Storicamente la Questione meridionale è rimasta un capitolo dei libri di storia, nel senso che alle parole non sono seguiti i fatti. Solo colpa dei settentrionali?

“Colpe delle politiche dei governi, non dei settentrionali. I quali però di queste politiche inique beneficiano. Un Sud che cresce come potrebbe non toglie, ma aggiunge al resto del Paese. Se il Sud avesse i mezzi che il resto del Paese ha, l’Italia diventerebbe una Francia o una Germania. Il Sud è la soluzione del problema dell’Italia, non il problema. Ci vuole in Italia più Sud, non meno. E ci vuole più stile di vita del Sud. Una diversa modernità che rifiuta di fare del Sud un diversamente Nord”.

Sembriamo il confine dell’…impero. Meno risorse, scarsa considerazione, spesso a rimorchio del Nord Italia. Ma perché la nostra classe parlamentare in tanti anni non ha mai fatto nulla per invertire seriamente il trend?

“Il fatto è che tutta l’Italia rischia di diventare un grande Sud, visto che un Paese che non attiva la sua seconda locomotiva, appunto il Sud, va indietro. Anche i nostri più ricchi territori, come Lombardia, Veneto ed Emilia, perdono posizioni nelle classifiche europee dello sviluppo: eppure sarebbe in casa la soluzione, visto che ogni investimento al Sud porta benefici anche a loro, come da tempo dice la Banca d’Italia. Quanto ai politici del Sud, diciamo la classe dirigente, è figlia dello sviluppo a metà: lei si aspetterebbe mai un premio Nobel dal Burundi, con rispetto parlando? Poi in effetti i politici del Sud agiscono divisi per appartenenza politica, non uniti per appartenenza territoriale. Poi contano poco appunto perché provengono da regioni che non hanno i poteri forti del Nord, dalla grande industria alla grande finanza. L’unica forza politica ad aver costituito un sindacato del territorio è stata la Lega Nord. Non propongo una Lega Sud. Ma un Sud in cui si facesse più sinergia, sì. Ma la società civile così critica con quella politica, ci riesce di più? E questa classe dirigente, è una causa o un effetto dell’incompleto sviluppo?”.

Quanto, in tutto questo, è colpa della stampa?

“I giornaloni stanno al Nord. E il loro pregiudizio serve gli interessi dei loro territori. Il Sud non li ha, non può consentirseli. Ma anche quelli che ci sono, sembra che si vergognino di difendere il Sud. O forse non ne sono culturalmente all’altezza”.

Imparate dal Sud, insomma. E non sembri sfacciataggine: perché noi non ci arrendiamo e sappiamo navigare di bolina, ovvero controvento. Siamo una soluzione, non un problema. Qualcuno non se n’è accorto, altri fingono di non vedere. Ma anche questa è storia. Lo dicono i fatti. Non caso siamo l’unico futuro possibile per l’Italia.



Ecco il Sud che fa di più avendo meno

Il Sud è una risorsa per il Paese, grazie soprattutto al genio, all’impegno e alla capacità di adattamento della sua gente. Tanto da poter affermare che se siamo in grado di fare “il più col meno” è perché la nostra mentalità è (quasi) geneticamente portata a dare il massimo anche quando sulla carta non abbiamo gli strumenti per poterlo fare. Ma per questo, spesso, l’handicap strutturale finisce col diventare un punto di partenza piuttosto che restare un ostacolo.

Nelle pagine di “Imparate dal Sud”, Lino Patruno ci prende quasi per mano e ci porta alla scoperta di un Sud “diverso” da come certa narrativa ce lo descrive; ed il primo capitolo è una sorta di…continente inesplorato che conquista ed affascina rigo dopo rigo.

Noi siamo quelli di cui parla? Che sono maestri nel raggiungere la vetta partendo qualche metro indietro rispetto agli altri?

Sì, noi siamo quelli. E dobbiamo vantarcene e gridarlo al mondo, affinché possano imparare da noi. Noi siamo, si legge, “il Sud che sta vincendo perché è rimasto Sud”.

E quando avrete il petto già gonfio di orgoglio, vi imbatterete nel capitolo dei “Cento campioni”: uno spaccato di quello che siamo capaci di diventare se solo diamo il meglio di noi stessi.

Per questo, aggiungiamo noi, se le grandi regioni del Nord Italia sono state di fatto “colonizzate” dalla presenza dei meridionali, è proprio perché siamo in grado di estendere le nostre radici, utilizzando il propellente dell’intelligenza, dell’adattamento, del sacrificio, dell’impegno, del genio.

I francesi sintetizzano tutto questo nella locuzione “Savoir faire”: ovvero un pizzico di abilità, miscelata a tatto e intuito, che permette di condurre a buon fine ciò che si è cominciato e di comportarsi nel modo più adeguato alle varie circostanze. Lavorative o personali che siano.

Noi siamo il Sud.

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