"Unità europea: solo così si ferma il dittatore"

"Putin può essere fermato solo da un'Europa unita e sicura del suo ruolo a difesa della pace": le parole di uno studioso risuonano come un verdetto.

Il mondo attraversa il difficilissimo momento di una guerra. Una guerra scuote sempre le coscienze. Una guerra europea tocca tutti noi direttamente. Ma quale il ruolo proprio dell'Europa come entità 'politica'? Le virgolette, capirete, per significare le difficoltà ultradecennali dell'Europa stessa a darsi una linea politica affidabile in cui riconoscersi. Specie in politica estera.

Per capire meglio e di più abbiamo consultato il prof. Ennio Triggiani, per lunghissimo tempo docente di Diritto europeo all'Università di Bari, insigne studioso ed accademico.

Professore, da alcune parti si sta rimproverando all'Europa questa sorta di "chiamata alle armi" pro Ucraina. Quasi che non si dovesse prendere posizione. Oppure che questa posizione assunta possa essere -o intendersi- come troppo supina rispetto ai voleri Usa. Che ne pensa?

Direi che oggi è inammissibile, anche per chi non ama per varie ragioni la “sudditanza” europea verso gli Stati Uniti, non prendere posizione. Non ci si può lavare le mani, sulla base di un presunto neutralismo, di fronte ad una palese violazione del diritto internazionale, dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite (con il suo Consiglio di sicurezza peraltro paralizzato dal superato diritto di veto attribuito ai membri permanenti), della violazione armata della sovranità di uno Stato indipendente e democratico (pur se in maniera imperfetta), del principio di autodeterminazione dei popoli. E di conseguenza abbiamo avuto non solo la condanna da parte dell’ampia maggioranza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ma anche l’ordine di immediata sospensione delle attività militari russe da parte della Corte internazionale di giustizia, una decisione della Corte europea dei diritti umani e l’apertura di una indagine del procuratore generale della Corte penale internazionale.

Vero. Ma questa guerra non viene forse da lontano?

Possono sicuramente essere imputate al mondo occidentale non poche colpe sull’aggravarsi della crisi ucraina: non si è affiancata alla fine del Patto di Varsavia quella della Nato o previsto l’ingresso della Russia in quest’ultimo, ad esempio. La conseguenza è stata che gli europei hanno via via abdicato alle proprie responsabilità delegando agli Stati Uniti, nel quadro della Nato, le maggiori incombenze finanziarie e ponendosi di fatto in situazione subalterna rispetto alla politica estera statunitense. Una situazione molto comoda, sotto più profili fonte di conseguenze discutibili, ma che mai può giustificare la rinascita in Europa, dopo il conflitto nella ex Jugoslavia, dello spettro infame della guerra che cancella il diritto alla vita soprattutto dei civili a partire dai bambini.

Torna ciclicamente anche la sensazione di un'Europa a ordine sparso e con essa anche l'eterno interrogativo circa la necessità di una politica estera comune europea. Insomma: Kissinger avrebbe oggi più facilità a capire con chi poter parlare quando si ... parla di Europa?

In realtà dall’epoca di Kissinger qualcosa è cambiata ma non si è avuto il coraggio di andare fino in fondo. Il numero di telefono oggi apparterrebbe, in materia, all’Alto rappresentante dell’Unione per la politica estera e di difesa cui è affidata la missione, impossibile, di operare una sintesi fra le idee dei 27 Stati membri, ciascuno dei quali, per di più, può esercitare il diritto di veto. In realtà è il Consiglio europeo, formato dai Capi di Stato o di governo, e al suo Presidente a disporre del potere effettivo e sempre sulla base dell’unanimità. Però, in questa drammatica circostanza un’insperata compattezza si è evidenziata sia riguardo alle sanzioni irrogate alla Russia sia nell’accoglienza dei profughi (per questa attivando per la prima volta una direttiva del 2001). In futuro i governi degli Stati non possono più trovarsi impreparati, il che significa recuperare il fallito progetto di far nascere una Comunità Europea di Difesa, con il grande significato politico che essa esprimerebbe e i consistenti risparmi derivanti dalla razionalizzazione della spesa dei 27. Ma è anche ovvio che una difesa comune non può prescindere dal Governo della stessa tramite una effettiva politica estera comune, ponendo le basi di una riforma istituzionale in senso federale, avendo sempre al centro il valore della pace.

A suo parere, questa escalation antidemocratica e militarista da parte di Putin, negli ultimi anni, era prevedibile? E però le chiedo ancora: quanto, onestamente, pure la stessa escalation antirussa dal 2014 in poi in Ucraina ha contribuito al sorgere dell'attuale situazione?

Indubbiamente, la lettura delle vicende ucraine non è affatto semplice. I fatti dal 2014 ad oggi sono ben noti. Nel 2019 è anche stata approvata una modifica nella Costituzione dell’Ucraina con cui si rende possibile l’ingresso della stessa nella Nato. A mio avviso, tuttavia, il temuto “accerchiamento” della Russia non è la vera ragione della reazione di Putin, tanto più che la Nato ha una funzione difensiva ed è formata da Stati democratici nei quali la scelta di entrare in guerra è molto complessa. Per di più va ricordato il Memorandum di Budapest del 5 dicembre 1994 con cui l’Ucraina trasferì alla Russia le testate nucleari in suo possesso in cambio della garanzie sulla propria integrità territoriale da parte di Russia, Stati Uniti e Regno Unito e successivamente anche da Cina e Francia.

Il dittatore considera ancora molti Stati dell’Europa orientale quali propri satelliti attuali o potenziali; ha quindi il terrore della capacità di attrazione esercitata su di essi da parte dell’Unione europea che si presenta come modello, di gran lunga preferibile, di democrazia, tutela dei diritti fondamentali e legalità internazionale e quindi di un mondo più pacifico. Si tratta di valori non negoziabili sull’altare della fornitura di gas.

Il gas, già. Problema nel problema. Quale può o potrebbe essere, invece, il ruolo specifico dell'Italia e della Puglia in particolare - così identitariamente legata alla Russia - in questa crisi?

La Puglia ha una grande tradizione di rapporti con la Russia, cementati attraverso la figura di san Nicola. E sarebbe bene operare una netta distinzione fra chi attualmente governa, in maniera dispotica, quel Paese e la grandezza della cultura e delle tradizioni del popolo russo. In tal senso, da un lato la Puglia continuerà sicuramente ad offrire la propria generosa solidarietà ai rifugiati ucraini. Inoltre, anche attraverso le sue istituzioni culturali, dovrà tenere saldo il collegamento con la società civile russa sperando che da essa si esprimano sempre più forze dirette a riconquistare la pace.


Preside a Scienze politiche

Ennio Triggiani è professore emerito di Diritto dell’Unione europea nell’Università di Bari, nel cui dipartimento di Scienze Politiche è stato preside e direttore.

È condirettore e direttore responsabile della Rivista “Studi sull’integrazione europea” e direttore del periodico di informazione “Sud in Europa”.

Fra le sue più recenti pubblicazioni: “La complessa vicenda dei diritti sociali fondamentali nell’Unione europea”, in Studi sull’integrazione europea; “I residenti provenienti da Paesi terzi: cittadini senza cittadinanza?”, in Freedom, Security & Justice, vol. I, 2, 2017; “Il difficile cammino dell’Europa verso uno Stato federale”, in G. Caggiano (a cura di), Integrazione europea e sovranazionalità, Bari, 2018; “Spunti e riflessioni sull’Europa”, Cacucci, Bari, 2021; “Comprendere l’Unione europea” (con U. Villani), Cacucci, Bari, 2022.


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