"Storia dal potenziale umano fortissimo"

La barese Lamartire racconta la venerazione degli italiani per Baggio

Regista de “Il Divin Codino” ma già coinvolta nel cinema e nella tv come regista e montatrice, Letizia Lamartire incrocia una formazione al Centro Sperimentale di cinematografia di Roma con il conseguimento del diploma di laurea al conservatorio “N. Piccinni” di Bari in musica jazz. E proprio di musica e immagine, ritmi ed equilibri ci parla in questa intervista riguardo al lavoro realizzato col biopic su Roberto Baggio.

Il film si focalizza molto sul carattere emotivo di Baggio, lasciando spesso da parte quello meramente sportivo…

Sì assolutamente, difronte a noi si presentava una storia con un potenziale umano fortissimo, all’interno di un contesto popolare come quello sportivo. Abbiamo avuto la fortuna di lavorare non solo alla storia di un grande campione, ma anche quella di una persona straordinaria. Il film mi ha regalato la possibilità di raccontare la storia di un dio che diventa uomo ed è stato bello avere un potenziale artistico e umano così forte. Ci è sembrato quindi veramente importante dare questo focus sulla sua umanità, sulle difficoltà e insidie che ha dovuto affrontare. Tra l’altro il padre di Roberto è venuto a mancare poco prima dell’inizio delle riprese e questo si sente nello sviluppo del film.

In Italia per Baggio c’è una vera venerazione, era uno degli aspetti che volevate trattare nel film?

Roberto è amato follemente da tutti gli italiani, sicuramente per la dedizione alla maglia azzurra ma anche per la sua grandissima umanità. Passando del tempo con lui ho anche assistito a scene divertenti, soprattutto perché lui è molto vivo nella memoria dei tifosi e ha fatto scelte importanti per rispettarli. Verso Baggio c’è grandissimo rispetto e amore, anche per le sofferenze che ha vissuto, problematiche fisiche dovute a un incidente arrivato prestissimo, eppure determinazione e gentilezza sono state sempre presenti in lui. È una sorta di genio gentile, a cui forse non siamo molto abituati.

Nell’equilibrio del film la maglia azzurra della nazionale è fondamentale, anche alla luce del famoso rigore sbagliato ai mondiali…

La scelta deriva anche dal tipo di format che abbiamo deciso di affrontare: il filo conduttore che ci accompagna è il cadere e rialzarsi dell’eroe, ci sembrava giusto affrontare questo percorso. Il mondiale del 1994 è per Baggio chiaramente un episodio ancora molto doloroso, che un grande campione come lui ha deciso di voler riaffrontare per qualcosa di più grande, per esempio rivolgersi ai giovani e a coloro che vivono ogni giorno insidie e sofferenze. Roberto riaffronta questo dolore per mandare un messaggio.

Il film compie una necessaria sintesi nel tracciare le fila del racconto, hai mai pensato che avresti preferito dirigere una serie?

È chiaro che avevamo a disposizione una carriera grandiosa e che dovevamo necessariamente fare una scelta e raccontarne determinate fasi. Non so dire se avrei voluto girare una serie, anche perché esiste già “Io che sarò Roberto Baggio”. Alla fine il film si differenzia ed è la cosa più importante.

La colonna sonora comprende musicisti come Smashing Pumpkins, Oasis, Bruce Springsteen, Black Keys, mentre poi compare Diodato con un pezzo a corredo del finale: cosa c’entra con il resto?

Ovviamente la scelta musicale rispecchia i miei ascolti personali. Ho cercato di far somigliare il film al pop rock che mi piace, proprio perché lo vedevo con quel sound, ritenevo quei brani giusti per l’opera. Tra l’altro Bruce Springsteen è il cantante preferito di Baggio. Allo stesso tempo avevamo un fortissimo desiderio di inserire una realtà contemporanea italiana e Diodato ha scritto un testo per il finale capace di sintetizzare e descrivere il film.


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