"Semi di vita" è sotto sfratto

Si chiama "Semi di vita", ma rischia di morire. A Bari dal 2014 opera Semi di Vita, una realtà che andrebbe tutelata e che invece sopravvive grazie allo spirito di chi le ha dato il via ormai tempo fa. Il presidente Angelo Santoro da otto anni lavora sui beni confiscati alla mafia e su questi spazi prova a creare una connessione tra gli uomini e la giustizia. “Nel cuore della nostra terra coltiviamo la dignità delle persone”, si legge sul sito. Nei prossimi mesi Semi di vita dovrà combattere una nuova battaglia. Una delle più difficili, quella per la conservazione dello spazio. “Qualche giorno fa – avevano raccontano sui social gli agricoltori urbani – ci è arrivata una lettera di recessione sul contratto da parte del proprietario. Dobbiamo lasciare il terreno entro aprile 2022, è un atto dovuto darvi la notizia. Cosa facciamo? Vogliamo sentire il parere dei cittadini”. Molte delle speranze ora sono nelle mani dell’assessora Bottalico, è a lei che sono affidalte le speranze di conciliare il lavoro di Santoro con le richieste dei proprietari del suolo su cui a Japigia oggi sorge la cooperativa. La rivalutazione della costa sud probabilmente costringerà Semi di Vita a cambiare location visto l’appeal commerciale di quella zona. Al Comune il compito di permettere loro di poter ricominciare, garantendo un sostegno credibile in grado di ristorare almeno in parte il grande investimento di tempo e risorse fatto in questi anni.

Si tratterebbe di un segnale importante per un gruppo di lavoratori che si impegnano con i ragazzi del carcere e hanno salvato le terre di Valenzano da una cementificazione mafiosa i cui esiti sarebbero potuti essere il preludio di una tragedia. Basti immaginare 3mila studenti universitari in alloggi costruiti dalla criminalità organizzata secondo chissà quali parametri di sicurezza e chissà con quali materiali. In questi otto anni tante iniziative che marcano la ragione sociale di questa cooperativa, l’ultima è stata la creazione di un uliveto nelle campagne del comune alle porte di Bari. Cento alberi secolari intitolati alle vittime innocenti delle mafie pugliesi compongono l'uliveto della memoria. In occasione della presentazione tra gli ideatori del progetto anche Libera Puglia che ha voluto benedire questo giardino didattico a disposizione di scuole e cittadinanza. Erano 400 i presenti il giorno che Semi di vita e le terre di Valenzano si sono incontrati, perché solo così si sarebbe potuto mandare un segnale forte. Nessuna sfida alla criminalità organizzata, solo una ciambella di salvataggio lanciata ai tantissimi in cerca di un aiuto. Perché nessuno è a caccia della faida, niente sguardi indietro. Angelo Santoro e tutto il gruppo di Semi di Vita guardano avanti.

La mafia è una di quelle cose tutte italiane, molto meridionali ma, secondo noi, poco baresi. Eppure, la mafia c’è e per i più positivisti ci ha pensato la triste attualità a ricordarglielo. Agguati, spari, spaccio e arresti. La criminalità organizzata spesso non ha volto ma quasi sempre ha degli effetti. Risorge come un’araba fenice in concomitanza delle crisi, perché la povertà piega anche le coscienze più forti. La paura di non arrivare a fine mese fiacca i più grandi. I guadagni facili seducono i più giovani. Il bello della mafia però è l’abilità sviluppatasi negli anni di combatterla, in alcuni casi sconfiggendola senza però mai riuscire a debellarla. Ci sono posti e persone che riescono ad essere simboli che vanno molto oltre il loro reale valore. Era il 14 gennaio di quest’anno quando il comune di Bari aveva deciso di inaugurare la prima mappa digitale dei beni confiscati della città realizzata nell’ambito del progetto di rete Legal Young City. Era stata un’iniziativa bella. Una parola semplice per definirla, chiara però per chi leggendo cerca il lato buono delle cose. La mappa in questi mesi è stata ampliata e arricchita dal prezioso lavoro che hanno fatto circa 130 ragazze e ragazzi delle scuole Tommaso Fiore, Imbriani e Cirillo di Bari che hanno lavorato attorno ai beni confiscati di nuova assegnazione da parte del Comune. Altri 400 ragazzi e ragazze, dalla Scuola Lombardi al San Paolo all’Istituto Calamandrei a Carbonara, sono stati invece impegnati in laboratori di conoscenza e promozione dei beni confiscati. Iniziative importanti per chi è stretto nella morsa di ciò che vorrebbe essere, una città che restituisce ai cittadini i beni della mafia. E ciò che è, una città che convive con la mafia.


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