"Maledetta Dad, ma noi docenti non molliamo"


Eppur si muove. Per quanto paradossale possa suonare, un falso storico (è certo che Galilei non pronunciò mai quella frase, né davanti all’Inquisizione né altrove) sembra spiegare perfettamente la contingenza distopica in cui si trova la scuola, forzatamente “a distanza”. La macchina dell’istruzione si muove ancora quasi esclusivamente per merito di presidi, docenti e – va detto – studenti, che ce la stanno mettendo tutta per far sembrare l’incubo meno spaventoso di quanto in realtà sia: lo sforzo digitale richiesto dalla sera alla mattina a tutta la popolazione scolastica non era semplice, e tutto sommato ce la caviamo al massimo delle nostre (non tante, soprattutto al Sud) possibilità.

La Dad è tornata. Ha resistito a un’estate di promesse e campagne elettorali; proprio come il virus, di cui è diretta emanazione.

In uno slancio di ingiustificato ottimismo, a conclusione dello scorso anno scolastico pensavamo di essercene liberati; e invece no. Stavolta, però, la Dad (formula perfetta del burocratese scolastico per evitare di pronunciare “didattica a distanza”, nome che in sé porta la sua contraddizione) è cambiata. O, meglio, l’hanno cambiata, l’hanno “ingentilita”. Parlando il linguaggio della cosa pubblica dovremmo dire Ddi, che sta per “didattica digitale integrata”. Ma anche qui, quello che ci è stato proposto come un “upgrade” in realtà altro non fa che smascherare un fallimento, l’ennesimo in questo carnevale dell’orrore che è la gestione della pandemia Covid-19. Parlando il linguaggio della verità tocca, invece, dire che la Dad è rimasta Dad, anche sotto altro nome. È rimasto lo stesso strumento che ha portato milioni di ragazzi ad affrontare a giugno un esame di maturità semplificato; ammissione neanche tanto implicita del fatto che il sistema non funziona come la scuola normale, che sia “a distanza” o “digitale integrato” fa differenza solo per i filologi. Su Meet, Zoom, Teams, Skype e qualsiasi altra diavoleria si può finanche riunire l’assemblea dell’Onu, ma fare didattica come si deve proprio no. Se si pensa alla scuola come un luogo dove somministrare nozioni allora la Dad basta e avanza, ma se si vogliono formare coscienze critiche allora tocca fare alla vecchia maniera: guardarsi negli occhi.

Si poteva evitare di tornare alla Dad? Questo non so dirlo. Per quel poco che ci è stato concesso di vedere della didattica in presenza all’epoca del Covid, il sistema, così come era strutturato, non poteva reggere. Non credo, però, di sbagliare dicendo che ci si poteva provare di più, e con meno supponenza. Non tocca a me, almeno in questa sede, passare in rassegna le gravi mancanze politiche nella gestione del ritorno a scuola a settembre, con il virus che bussava alla porta. Nei mesi scorsi, sulle colonne di questo giornale, i colleghi cronisti (e anche io, qualche volta) hanno sottolineato l’atteggiamento ciecamente decisionista di un governatore che senza sentir ragione (di presidi, sindacati, genitori, studenti) ha preferito mandare tutti a casa, di fatto dicendo che il contact tracing “scientifico” del suo epidemiologo assessore era andato in malora. Fino poi a dover fare marcia indietro sotto le pressioni del governo e – soprattutto – davanti alla sentenza di un tribunale, dribblata con “ponziopilatesca” lestezza chiedendo ai genitori di non mandare i figli a scuola. Molto si è detto anche su un dibattito politico vuoto, che per tutta l’estate si è concentrato sull’inutile questione dei banchi a rotelle, quando i veri temi da trattare erano: trasporto pubblico, edilizia scolastica, implementazione del corpo docente per razionalizzare il problema delle classi-pollaio. 

Stavolta la racconterò da professore di filosofia e storia, che all’alba della carriera si è trovato immerso in una scuola che non è scuola. Rinunciando anche all’approccio tanto storico quanto filosofico, in questa sede è il caso di mettere tra parentesi le cause e analizzare solo gli effetti. Noi docenti (chi più, chi meno) alla fine ci stiamo lentamente adattando. Nella vita abbiamo studiato Kant e Newton, Leopardi e Lavoisier, Orazio e Klimt, Milton e la termodinamica; fra sbuffi e mugugni ingoieremo il rospo e faremo del pc/tablet uno strumento di studio e lavoro come gli altri.

Il problema, vero, è dei ragazzi. Nell’ultimo giorno di scuola in presenza, quando noi del triennio superiore già sapevamo di dover tornare alla Dad, per curiosità chiesi all’unica studentessa che era già arrivata in classe se fosse contenta di seguire le lezioni da casa. Mi aspettavo un “sì”, e invece ricevetti un “no” circostanziato. Mi parve di leggere sconforto dietro la mascherina quando mi disse: "Quest'anno abbiamo la maturità", lasciando penzolare le braccia lungo i fianchi. Qualche giorno fa, quando già non avevo più il piacere di guardare i miei studenti negli occhi, dovendomi accontentare dei loro avatar (no, la videocamera proprio non la accendono), in attesa che si collegassero tutti chiesi a un altro se si trovasse bene con la Dad, e anche qui rimasi sorpreso: "No prof, perché da casa seguo meno che a scuola". Non che a scuola seguisse molto, va detto, ma apprezzai l’onestà. Un terzo, spiazzandomi ancora, mi disse: "Sì prof, perché a casa possiamo stare senza mascherina". Non me la sento di dare torto nemmeno a lui.

Sono fortunato ad avere maturi studenti di liceo scientifico? Sì, ma – pur non conoscendo l’opinione universale della popolazione studentesca italiana – credo di poter affermare che il loro sentire non sia così diverso da quello dei coetanei, da Torino a Ragusa. E se penso ai colleghi (docenti stavolta) che hanno insegnato, in parte insegnano (con la didattica “mista”, che purtroppo non è un pezzo di teatro dell’assurdo) e forse insegneranno ancora ai piccoli le abilità elementari in Dad non posso che provare solidarietà.  

Banalizzando, potrei dire che la dialettica si esplica fra la natura svogliata dello studente (non ci credo che tutti, dietro le telecamere disattivate e i microfoni mutati, stiano in trepidante attesa di conoscere i prossimi passaggi della rivoluzione russa o della critica dell’idea di sostanza) e il loro legittimo timore di vedere mutilata l’ultima parte della loro vita scolastica. Il virus li ha privati della parte sociale della scuola, pur avendo alcuni di loro ecceduto in estate con movida, baci e abbracci; noi stiamo cercando di non sottrargli la parte formativa, ma le difficoltà sono ancora tante, a partire dalla valutazione. La sbadataggine politica ha fatto il resto. 

Sperare che il Covid lasci in eredità non solo devastazione sociosanitaria ed economica, ma anche una riforma seria della scuola forse è un esercizio vano, ma che non vogliamo evitare. Ai nostri studenti abbiamo promesso di trasferire tutto quello che sappiamo come meglio possiamo in queste circostanze avverse, consapevoli che il nostro ruolo, adesso, non è più solo importante per loro, ma è decisivo per le fondamenta stesse della nostra società. Perché sì, anche in Dad, la scuola si muove ancora.


Tante difficoltà per la didattica mista

Dal 9 ottobre in Puglia è attiva la didattica “mista”. La Regione si è adeguata, per volere del Tar, alle disposizioni del governo sulle zone arancioni (didattica in presenza per elementari e medie), ma nell’ordinanza è specificato che i genitori possono richiedere ai presidi di far frequentare i figli in Dad. Una richiesta teoricamente vincolante per i dirigenti, che però, molte scuole si sono “rifiutate” di accogliere. Secondo un’analisi condotta da Flc Cgil, su un campione del 20% degli istituti scolastici di Bari e provincia, analizzando le circolari da essi prodotte, solo il 12% dichiara di poter immediatamente attivare la didattica "mista". Nel restante 88% dei casi, invece, si evidenziano difficoltà tecnologiche (connessioni, dispositivi) e si lamenta l'assenza di indicazioni specifiche.

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