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"Ecco i prezzi da pagare se si vive nel Libertà"

Chi nasce nel quartiere Libertà e decide di restarci opera una scelta precisa. Non è un quartiere qualunque. Ha il merito di saper mostrare i diversi volti della nostra città: da quelli più discutibili a quelli più apprezzabili. Si resta per rendere omaggio ai Salesiani, il cui presidio è essenziale; si resta per testimoniare quei valori di cittadinanza attiva di cui spesso parliamo ad alta voce e che raccontano storie di integrazione, e non solo fra persone di diverso colore, di resistenza psico-fisica a concepire quartieri ghetto dove non c'è scampo per nessuno. Oggi, però, più che mai, mi rendo conto che è una scelta che si paga a caro prezzo, perché, se è vero che molti dei problemi strutturali sono condivisi da gran parte della città, è particolarmente evidente, purtroppo, che nel quartier Libertà sono aggravati da ragioni socioculturali facilmente intuibili.

Sarebbe facile puntare il dito contro la mancanza di spazi verdi. Se ne parla da decenni, ma pare che basti il giardino dedicato a Mimmo Bucci per allenare le cellule nervose dei nostri occhi alla vista del verde.

D'altronde una città quasi saccheggiata dai cementificatori, come potrebbe dedicarsi ad una visione più lungimirante e vivibile! Perché è la vivibilità quella che cerca un cittadino ed è un programma di vivibilità quello che vorrebbe votare e vedere realizzato nella propria città e a maggior ragione nel proprio quartiere.

E invece si procede con azioni spot che parlano di recupero territoriale, di riqualificazione, ignorando o facendo finta di ignorare che la vita di un quartiere è un intreccio di bisogni, di esigenze da cui non si può prescindere, salvo non si creda nella favola dei vestiti dell'imperatore, ma anche lì poi alla fine c'è un bambino che grida che il re è nudo.

Ecco allora che una delle azioni quotidiane più imprescindibili si trasforma in un vero e proprio incubo: la ricerca di un parcheggio. Ci si ritrova a girare spesso per ore, contravvenendo a tutte le idee di sostenibilità in cui questa città dichiara di credere e di investire. E si arriva all'assurdo di rifare il manto stradale del sottopasso di via Quintino Sella con un asfalto "mangia" smog e allo stesso tempo mettere in campo azioni che costringono i residenti a moltiplicare la produzione di smog.

Eppure i nuclei familiari di questo quartiere non sempre sono dotati di due macchine, per cui il rimando neopedagogico a ridurre l'uso di mezzi inquinanti temo non trovi alcuna giustificazione. D'altronde anche il più provetto ecologista non può privarsi completamente di una macchina fosse anche per accompagnare i bambini a scuola quando diluvia. Il tutto è cominciato con la sottrazione dei posti dovuti alla piazza del Redentore, cosa buona e giusta. Poi sono stati sottratti tutti i posti sotto la ferrovia di Corso Italia, cosa buona e giusta, ove però fosse stata prevista una riconversione o riqualificazione. Purtroppo, lo spazio inutilmente liberato dalle auto è invece diventato un dormitorio e orinatoio a cielo aperto. Poi si decide di rifare i marciapiedi con la oramai famosa rotonda angolare che dovrebbe servire a favorire una svolta più lenta e libera da ostruzioni visive, ma che, vista la metratura ridotta delle stradine del quartiere, sono un oltraggio all'intelligenza e alla stessa viabilità. Non sono però un tecnico e, al netto di tutto, si potrebbe dire che anche i nuovi marciapiedi, che per circa un paio di mesi hanno inibito interi isolati alle macchine, sono cosa buona e giusta.

Tutti gli intenti, quindi, ad una prima e facile lettura sembrerebbero buoni e giusti. Peccato che gli stessi intenti non possono prescindere dalla vita quotidiana di chi vive in queste strade, a partire dalle donne e mamme ancora una volta discriminate, perché hanno sicuramente più difficoltà a lasciare la macchina a centinaia di metri dalla propria abitazione la sera sul tardi o con figli piccoli da portare in braccio per interi isolati. La vita nella sua quotidianità, non è fatta soltanto di scuola o lavoro al mattino e di qualche sporadica attività pomeridiana, ma fortunatamente contempla anche qualche festa, qualche incontro a casa di amici e qualche uscita per andare a cinema o a teatro. Si parla tanto della nostra città quale nuovo avamposto culturale, peccato non poterne usufruire! E invece diventano attività quasi del tutto precluse, perché pochi possono permettersi l'abbonamento mensile ad un garage e l'incubo di non trovare parcheggio, se non a centinaia di metri da casa, rimanda a diritti lesi o non sufficientemente tutelati.

Mi chiedo allora come si faccia a non rendersi conto che l'organizzazione logistico-culturale di un quartiere, di una città non può non rimandare ad un'idea di convivenza civile che, obtorto collo, passa attraverso fasi di transizione da un modello all'altro, in cui il cittadino e i suoi bisogni devono continuare ad essere il centro della progettazione e non l'orpello.

Le buone idee, per essere realmente tali, devono superare il vaglio della fattibilità e della vivibilità, altrimenti si trasformano in quei libri usati per riempire le librerie dei negozi di arredamento, in cui le uniche parole stampate sono quelle della copertina.


Ponte strallato il primo ha 67 anni

Il Ponte Adriatico è il simbolo più recente del quartiere Libertà. Si tratta di un ponte strallato inaugurato nel dicembre 2016 a Bari che attraversa la ferrovia collegando via Tatarella con via Sangiorgi. È costato 32 milioni di euro. Ha un totale di 30 cavi, 15 per lato, 7 da una parte e 8 dall'altra, arrivando ad una lunghezza totale di 626 m ed una luce strallata di 225 m, divisa in due campate di 112,5.

Il ponte, al solito, è stato accompagnato dall'enfasi degli amministratori che l'hanno presentato come opera avveniristica. Il primo ponte strallato moderno, in realtà è il Strömsund Bringe (Svezia) di 183 m, realizzato da Franz Dischinger nel 1955.

Tuttavia, la prima realizzazione conosciuta, del 1784, è un ponte a Freyberg in Sassonia, dovuta al carpentiere tedesco Immanuel Löscher.

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