"Dobbiamo tutti innamorarci di nuovo della scuola"

È barese, ha 53 anni, ed è il miglior docente del mondo. È l’identikit di Antonio Curci, insegnante di Informatica dell’istituto tecnico Panetti-Pitagora, fresco vincitore del Global teacher award 2021, il “Nobel della scuola” che premia i migliori insegnanti di 110 paesi, votati dai colleghi.

Un riconoscimento, istituito dall’organizzazione Aks education awards e consegnato il 10 ottobre a Dubai, che va a Curci per il contributo dato alla professione, in particolar modo attraverso l’esperienza di Radio Panetti, la prima radio scolastica barese.

Antonio Curci, il miglior docente del mondo. Che effetto fa?

Un bell’effetto, ma sarei superficiale se mi gongolassi: un premio è un simbolo, che porta con sé un’ermeneutica. In primo luogo, non è un premio solo mio, ma lo condivido con mia moglie: lavoriamo insieme, e insieme facciamo gran parte di ciò che ha portato me a vincere questo premio, e cioè Radio Panetti. Mi sento figlio di una comunità, parte di un ingranaggio complesso; non sono un eroe, sono un lavoratore, un uomo al servizio. Mi sento anche figlio di questa città: il sindaco Decaro e l’assessore Romano finanziano (con poco, ma ci basta) Radio Panetti, con cui siamo riusciti a fare cose grandi. Questo premio arriva dopo anni di un lavoro sempre insieme agli altri. Che sensazione provo? Mi sento amato. Gli attestati di stima che ho ricevuto sono tantissimi, e questo mi dà carica non per restare in vetrina, ma per far luce sul retrobottega. Dobbiamo tornare nel nostro laboratorio, dove c’è un’umanità, talvolta sofferente, che ha bisogno dell’intervento dell’insegnante.

Come diventa docente? Qual è la sua storia?

La mia storia parte da lontano, quando avevo 16-17 anni, dall’incontro con il mio professore di Religione, don Franco Lanzolla, ora parroco della cattedrale. Ero uno studente e don Franco mi chiese di dargli una mano con i ragazzi di Japigia; un quartiere a rischio, molto più di ora. Mi chiese di aiutarlo e io senza pensarci due volte lo seguii, così verso i 18 anni iniziai a occuparmi di educazione giovanile, di ragazzi di strada. Nel frattempo sono diventato professionista nell’informatica, un bravo tecnico, e ho iniziato a lavorare in grandi aziende. Ma non era un lavoro che mi rendeva felice; noi veniamo al mondo non per diventare ricchi e potenti, ma per essere felici o per trovare una felicità che ci regali attimi di serenità. E allora ho scelto le ragioni del cuore, ho scelto di fare l’educatore: vinsi il concorso per insegnanti, anche se ci sono voluti anni per entrare in ruolo. Quando mi si è prospettata la possibilità di stare con i giovani a livello professionale, non ci ho pensato su due volte, pur perdendo un po’ di soldi perché lo stipendio nel privato era di molto superiore a quello di insegnante. Ma ho scelto il lavoro che mi fa vivere felice.

Fra le motivazioni del premio c’è Radio Panetti. Come nasce questo progetto? Di cosa si occupa?

Radio Panetti nasce dal mio bisogno di creatività. Ho sentito la necessità di inventare dal basso un nuovo modo di fare scuola, e ho messo a sistema le mie passioni: mi occupo di giornalismo e di devianza, sono un media-educatore. Ho capito che siamo uomini a tutto tondo, non siamo informatici in azienda, educatori in parrocchia o disciplinaristi a scuola. Ho messo a disposizione dei ragazzi non solo le mie competenze informatiche, ma anche tutto quello che so e tutto quello che sono, ciò che concorre a fare di tutti noi persone irripetibili. Radio Panetti nasce dalla passione per le belle parole: mi sono innamorato delle parole scelte, e ho capito che ai nostri ragazzi bisognava donare le parole attraverso il gioco della comunicazione. La radio è uno strumento magico che non ha il conforto delle immagini ma solo il colore delle parole, e attraverso di essa ho iniziato a educare i ragazzi alla fruizione dei messaggi, a decodificarli e a costruire contenuti. E questo 15 anni fa, quando sono diventato uno dei primi media-educatori in Puglia, e forse in Italia. Poi, 10 anni fa, mia moglie è arrivata nella mia stessa scuola; lei viene dal mondo della filosofia e delle religioni, abbiamo deciso di unire le nostre competenze per fare di Radio Panetti quello che è oggi, una media company che si occupa di radio, di Tv, di giornalismo, di emozioni e sentimenti. I ragazzi, che vengono informati sull’innovazione tecnica e sull’umanesimo; l’insieme delle due cose rende belli i nostri giovani.

Come sono andati questi due anni di Dad?

Sono stati complessi non perché è mancata la didattica, ma perché abbiamo scoperto la precarietà della vita, che è prioritaria. La Dad non è pienamente scuola, ma le dobbiamo dire grazie perché ci ha permesso di restare in contatto con i ragazzi. In quel momento, soprattutto durante il primo lockdown, loro erano terrorizzati, e la scuola è riuscita a essere come le radici degli alberi su un territorio che sta smottando. Nel nostro piccolo ci siamo inventati qualsiasi cosa: lezioni al mattino, redazione al pomeriggio, e dalle 22:30 alle 24 abbiamo fatto scuola con “La notte porta consiglio”, un format web-videofonico che ha permesso ai ragazzi di parlare, di tirare fuori le loro emozioni. Chi ha utilizzato la Dad per reiterare la didattica tradizionale non ha ottenuto risultati, ma chi modificato la didattica in sé (prove di competenza, compiti di realtà) ha fatto bene. Gli insegnanti devono tornare alla creatività per raggiungere obiettivi utili ai giovani.

Il ritorno in presenza come sta andando?

Bene, stiamo riaccendendo la scuola, stiamo tornando al rumore. I ragazzi non aspettavano altro, anche perché da tempo hanno ripreso a vivere. Siamo tornati insieme, a studiare, a fare Radio Panetti in presenza. È come una primavera, una rinascita; non potrà che andar meglio. Dobbiamo interrogarci, però, sulla scuola da costruire dopo il virus: un’occasione da non mancare.

È vero che la pandemia ha acuito problemi antichi della scuola?

Avremmo fatto volentieri a meno della pandemia, anche perché quei problemi li conoscevamo noi, i governanti, le famiglie e i ragazzi. In Italia solo due cose non cambiavano mai: ospedali e scuole. Gli ospedali sono stati rinnovati, ma le scuole sono le stesse di 30 anni fa. Tagli e disaffezioni hanno prodotto una serie di problemi già noti prima del virus; ora ci vuole una grande operazione di rinnamoramento della scuola. Non solo negli investimenti economici, pur importanti, ma nella considerazione della scuola e degli insegnanti. La scuola è l’unica cosa che ricordiamo per tutta la vita, dopo il giorno del matrimonio.

Commentando questo premio, lei ha parlato di un “segnale di speranza”. In che senso?

È un motivo per tornare a parlare di contenuti. Si parla di scuola solo in relazione a orari, lotte sindacali, ma dobbiamo tornare a capire quale scuola ci attende nei prossimi 20 anni. I ragazzi che oggi camminano nei corridoi delle scuole tra 10 anni ci manterrano con il loro lavoro, vivranno la società da adulti. Mi sento in prima linea per provare a costruire una scuola che ancora non c’è; altrimenti diventeremo vecchi come le pareti di certi edifici che hanno 100 anni.

Il giornalismo ha ancora fascino sui giovani?

Essere giornalisti significa porre domande. Il giornalismo cerca di leggere e interpretare la storia, non è solo racconto. Il giornalista è colui che pone la parola all’attenzione del pubblico, e ha una grande responsabilità. Anche l’insegnante porta la parola ai ragazzi, spiega i fenomeni, fa comprendere le cause di certe cose. L’insegnante media fra conoscenza e conosciuto, come il giornalista. Gli studenti mal sopportano l’istruzione formale; l’informalità ti fa imparare senza accorgertene, e il giornalismo consente ai ragazzi di costruire contenuti, di essere protagonisti. E così è inevitabile che si impari, senza vivere la fatica dell’apprendimento, che pure non va esclusa.

Ci sono ancora pregiudizi sugli istituti tecnici?

La tecnologia migliora la vita di tutti, ma il mondo sarà salvato dalla poesia. L’innamoramento delle cose ci crea la bellezza, il resto è strumentale. Noi tecnici da tempo lo abbiamo capito, e io mi sto impegnando per ripescare “best practices” del passato. Olivetti, il padre dell’informatica italiana, diceva che insieme alla tecnica bisognava mettere l’umanesimo, e ogni tre ingegneri assumeva un letterato; siamo tecnici che si sforzano di avere il gusto del bello. Va sfatato il tabù per cui i tecnici sono scuole maschili: studiare informatica ed elettronica predispone a lavori che non sono per soli uomini. Dobbiamo uscire da certe logiche di marketing che stanno condizionando i momenti di orientamento, la scuola deve dire la verità ai ragazzi.

È d’accordo con la proposta del ministro Bianchi di introdurre la filosofia nei tecnici?

Sì, e i docenti che l’hanno capito già la praticano. Mia moglie insegna Religione, e le sue lezioni sono pregne di filosofia. La filosofia è l’arte di comprendere il pensiero dell’uomo, e non ci può essere uomo che possa vivere senza; anche se poi vai a montare i bulloni alla catena di montaggio. Un uomo colto, sensibile, amante del bello, anche se tecnico, produrrà un lavoro migliore.


Filosofia negli istituti tecnici? Sì, ma…

«Porteremo la filosofia negli istituti tecnici». È la promessa di Patrizio Bianchi, ministro dell’Istruzione, che riprende la vecchia idea dei decreti Brocca, mai attuati.

Ma la posizione fa discutere, innanzitutto i filosofi. Contrario è Massimo Cacciari: «Non è un’ora o un’ora e mezza di filosofia che cambierà la scuola».

Ilaria Rodella, ideatrice dei “Ludosofici”, dice: «La filosofia in un istituto tecnico non deve diventare una nuova disciplina ma accompagnare tutte le altre».

Di segno opposto è, invece, l’opinione di Umberto Galimberti, che vorrebbe introdurre lo studio della filosofia anche alla scuola primaria.

Contrari sono i presidi degli istituti tecnici. Patrizia Marini, dirigente dell’istituto agrario “Sereni” di Roma e responsabile della rete nazionale degli agrari, spiega: «Prima di pensare a introdurre un’altra disciplina del tutto nuova bisognerebbe forse pensare a ripristinare le ore tolte nei tecnici con la riforma di dieci anni fa».


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